Nell’Italia capovolta accade che il Tribunale di Milano detti con un certo orgoglio la notizia che la sentenza del processo Unipol a carico di un imputato-candidato a caso – Silvio B – slitterà “a dopo le elezioni”. E poi (annuncia) che slitterà anche la sentenza del processo Ruby a carico di un altro imputato a caso, Silvio B. Motivo? “Non influenzare il voto”.

I giornali prendono nota con misurato sollievo della doppia notizia e l’opinione pubblica la assorbe con la noncuranza di un respiro. Peccato che se l’Italia non fosse capovolta, dovrebbe accadere esattamente il contrario. E cioè che nella imminenza delle elezioni la sentenza che riguarda un candidato dovrebbe essere pronunciata il più velocemente possibile, senza indugio, per consentire agli elettori di sapere se hanno a che fare con un innocente o con un colpevole. È per questo che i processi sono pubblici e le sentenze vengono pronunciate “in nome del popolo italiano”. Tanto più se il candidato in questione, da una ventina di giorni, non fa altro che emettere sentenze sui candidati suoi, i sommersi e i salvati, degni di condividere con lui non solo il frutto avvelenato dei reati, ma anche quello dolcissimo dell’urna.

Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2013