Aumenta l’audience diminuiscono gli introiti, strano paradosso quello de La7. E per come si sono messe le cose (Berlusconi pienamente in campo, la Rai in balia del centro, il Pd che nella migliore delle ipotesi confonde l’antitrust con il pluralismo) non c’è da essere ottimisti.

Ci aspetta nel prossimo futuro un sistema informativo ancor più bloccato di quello attuale, in cui la distribuzione della risorsa pubblicitaria continuerà ad essere caratterizzata dalla non corrispondenza tra introiti e audience? Intanto, nessuna riforma delle modalità di rilevazione degli indici di ascolto è stata fatta, nessuna norma seria sul pluralismo è stata approvata. Cose dette e ridette, ma che ad ogni passo trovano conferma. Il caso La7 è paradigmatico del degrado della televisione italiana.

Telecom vuole vendere la sua rete televisiva, già ma a quali condizioni. Le offerte pervenute non ripianerebbero i debiti di Telecom Italia Media. Forse, anche da un punto di vista industriale, un suo rilancio in un quadro di regole mutate potrebbe essere più conveniente. Ed invece, si vende male e nessuno denuncia la condizione normativa che ha prodotto questo risultato. Tutto avviene in assenza di una discussione o di una presa di posizione da parte della politica. Telecom è un’azienda privata ma quando in gioco ci sono interessi generali come quelli relativi al pluralismo forse qualcosa bisognerebbe dirla.

A quelli che continuano ad avere dubbi o peggio, sopratutto a sinistra, a non occuparsi di televisione perché il tema è sorpassato, basti riflettere su quello che sta accadendo alla nostra par condicio. Duopolio Monti – Berlusconi, spalla Pd, il resto nulla. Tuttavia, il corretto funzionamento del sistema televisivo, come dice la legge e come ha ribadito la Corte Costituzionale, è un interesse generale. Il cittadino deve essere messo in grado di conoscere e di scegliere. In concreto, un’informazione plurale e una misurazione dell’audience per verificare le scelte del pubblico.

Non è un caso che ai suoi risultati consegue la distribuzione della pubblicità, e cioè della risorsa che con il canone dovrebbero materialmente alimentare il pluralismo. Non si tratta dunque di fare il tifo per La7 quello che invece importa è cercare di salvaguardare nel settore della televisione generalista, un terzo polo plausibile. Le belle e scomode trasmissioni della stessa rete hanno alimentato questa speranza, speriamo allora che non sia per questo che si cambia registro.