L’attenzione mediatica sulla campagna elettorale di Beppe Grillo si è accentrata in questi giorni sull’apertura del Movimento Cinque Stelle a Casa Pound, scatenando polemiche e un gran polverone, dietro il quale si è nascosta la gravità di un’altra dichiarazione resa ai microfoni del Tg1 l’11 gennaio scorso e passata sotto silenzio. 

Grillo ha detto testualmente che è necessaria “l’eliminazione di tutti i partiti”. A chi gli ha obiettato che i partiti sono previsti dalla Costituzione, ha risposto che la Costituzione può essere “perfezionata”.

Affermazioni inquietanti ben più dell’ammiccamento a Casa Pound, che ha il sapore di un provocatorio “embrassons nous” inteso ad attirare all’interno di Cinque Stelle tutti gli scontenti della politica, indipendentemente dall’etica. Le esplicite intenzioni di Grillo, volte a “ritoccare” la nostra Costituzione imperfetta dovrebbero far riflettere su quanto sia pericoloso il populismo, cioè l’esaltazione irrazionale delle paure e degli istinti repressi per incanalarli a proprio vantaggio.

Il populismo è sempre stato l’anticamera dell’autoritarismo. In qualsiasi modo lo si voglia dipingere e giustificare.

Si sa che l’antipolitica, come ricorda il filosofo francese Étienne Balibar (Cittadinanza, Bollati Boringhieri 2012) sfocia nel populismo e nel nazionalismo, entrambi pericolosi e soggetti alle più devastanti deviazioni. Si parte dal rifiuto della politica (“la politica è una cosa sporca”) e, passando attraverso l’esaltazione di figure carismatiche, in grado di catalizzare l’attenzione e la simpatia delle masse, si arriva alla giustificazione della dittatura dell’uomo forte, l’unico che si sobbarchi il compito di rimettere le cose a posto. C’è sempre un uomo della provvidenza pronto a intervenire quando il rapporto tra Stato e cittadinanza è incrinato. Come si direbbe: “abbiamo già dato”.

L’one-man-show di Grillo potrà affascinare, solleticare o divertire, ma non convincere. La democrazia è un’altra cosa.