Repetita iuvant, magra consolazione senza il grande botto. L’inchiesta di ‘Presa diretta’ sui mali del calcio non ha aggiunto nulla di nuovo, se non mostrare al grande pubblico maschera e volto di Scommessopoli, da Singapore a Crotone, nelle viscere delle holding internazionali del crimine, con tanto di omicidio a mano armata in Bulgaria, da aggiungere al giallo su Calciopoli, spy story con misterioso suicidio all’italiana.

Di calcio si muore? Ma il calcio è già morto. E’ finito negli scandali della finanza creativa che ne ha rubato l’anima. E’ deceduto nell’eccesso di burocratizzazione (e di perbenismo) da stadio, nel turbo capitalismo, nelle bufere dei suoi inattendibili interpreti (non solo doping) e nella globalizzazione del prodotto, voluta da chi – senza pietà – ne ha impropriamente usato tribù, ritualismi e pathos, infrangendone storia e tradizione secolare.

L’indagine di ieri sera (condotta con fiuto) dalla squadra di Riccardo Iacona, ha avuto comunque un pregio, la conferma del dato: il neo-calcio è uno zombie, è più che un moribondo, la copia sbiadita del caro vecchio estinto foot-ball, tenuto in vita con artifizi e inganni da abili trasformisti. Solo perché il giocattolo, alla fin fine, fa sempre comodo a molti. Ma non più a tutti: per una decrescita felice è ora che i tifosi non si limitino solo ad aprire gli occhi, continuando a donar per fede quel che resta nel loro portafogli, e che la politica non si limiti più alle provocazioni di Mario Monti (“fermiamo il calcio”, disse il premier).