“Potrei scrivere un libro su quello che ho imparato lavorando a Hollywood” e a quanto pare gran parte del volume sarebbe occupata da quanto appreso nell’avventura di questo suo terzo film americano, Quello che so sull’amore (in uscita in Italia il 10 Gennaio) più che da quello che Gabriele Muccino ha appreso nella realizzazione dei primi due (La ricerca della felicità e Sette anime) entrambi prodotti, recitati e benedetti da Will Smith, autentica potenza hollywoodiana che lo ha protetto da ingerenze esterne. Quel che so sull’amore è stato un flop negli Stati Uniti per colpa di una distribuzione molto infelice e poco fiduciosa, spiega il regista, mentre per l’Italia c’è decisamente più fiducia. Il film infatti uscirà in grande stile con molte copie fin da subito: “A Hollywood non hanno capito che non era una commedia romantica come le loro, ma qualcosa di più complesso e ibrido”.

La commedia infatti parte in maniera canonica (un ex giocatore di calcio professionista che ha perso tutto, carriera, moglie e figlio per lo stile di vita esagerato, e che cerca di riconquistarli), si sviluppa in maniera diversa dal solito (nel tentativo di recuperare la famiglia si troverà in mezzo ai drammi delle famiglie che vede intorno a sè) e finisce più convenzionalmente di quanto il regista non avesse in mente all’inizio. Chi però pensa che ora la carriera di Gabriele Muccino nel cinema americano sia finita non conosce bene Hollywood e nemmeno il regista: “No. Non ho finito di lavorare in America, nonostante l’esperienza devastante di quest’ultimo film ho intenzione di farne un altro, perché non me ne vado da sconfitto, non è il mio carattere. Se me ne andrò da Hollywood sarà perché lo decido io, non perché non mi fanno più fare film”.

Non si sbottona molto su cosa riguarderà il prossimo progetto ma alcune cose sono chiare fin da ora. La protagonista sarà un’attrice giovane, la storia la sta già scrivendo lui in prima persona (mentre Quel che so sull’amore è scritto dall’americano Robbie Fox, non proprio un navigato maestro a giudicare dalla filmografia) e conta di farci lavorare molti degli amici che si è fatto in America, “come ad esempio Woody Harrelson“.

Soprattutto, niente più valanga di produttori come in questo caso: “Erano in 13 a produrre il film e mi hanno fatto impazzire, anche perché tra questi non c’ero io in prima persona né c’era qualcuno di fidato a difendermi”. Infatti, se c’è qualcosa che Gabriele Muccino ha imparato è che avevano ragione i grandi registi italiani di una volta, quelli che facevano successo in America ma di certo non si azzardavano a girare i film lì con produttori locali: “I nostri registi più noti negli Stati Uniti, come Sergio Leone o Bernardo Bertolucci, avevano avuto l’idea migliore e ora lo capisco. Girare lontano dall’America, con produttori europei o proprio italiani, ma in inglese e con attori americani, contando poi su una distribuzione pesante oltreoceano che facesse perno sulla forza dei loro film e non sull’etichetta che la produzione ha pensato per loro ancora prima che lo girassero”.

di Gabriele Niola

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