E’ il momento delle scelte. Di quelle forti e chiare, per tutti. Oltre c’è solo il baratro che attende questo Paese inesorabilmente. Un Paese scivolato nei decenni in una china di decadenza morale che non ha eguali. Un Paese ridotto in macerie da 18 anni di berlusconismo inoculato in piccole dosi letali di defilippismo narcolettico, da una finta sinistra (affarista e compiacente, molto sinistra a ben vedere), ora da un montismo salvifico tanto ipocrita quanto inefficace. Ed anzi, che pare abbia finito il lavoro sporco, annichilendo e rendendo inerme la classe media, oramai allargatasi a dismisura. Un Paese caduto nella monarchia dei massoni, pochi e familisti (ben divisi tra banchieri, vaticanisti, pezzi della politica e dell’economia) che dettano i ritmi delle vite altrui. In nome del Dio spread e della Bce.

Dapprima una inesorabile caduta dei valori e della tenuta morale, poi l’identificazione dell’homo italicus nell’uomo fatto da sé, la pia illusione del sogno arcoriano, l’accettazione dei disvalori e della illegalità di Stato, sino alla familiarità della finta contrapposizione politica tra i due poli (in realtà meri lato A e lato B), e poi il voyeurismo diffuso nell’assistere alle ruberie di ogni genere, magari sedendosi al tavolo di volta in volta per piluccare qualche briciola. Nel mentre è trascorso qualche decennio e abbiamo perso generazioni, stuprato il nostro passato, anche glorioso. Abbiamo (hanno, tanti di noi non hanno volutamente partecipato) allo smembramento del cadavere, spogliato di ogni avere, eradicandone pure gli ultimi molari.

La clessidra ha finito di centellinare i suoi granelli. V’è nell’aria un assordante silenzio, ottenebrato da strepiti guaiti di losche figure che credono di essere animate – eppure sono senz’anima – da fuochi recenti, col volto rugoso ancorché rifatto da chirurghi ovvero camuffato da saccente aria professorale, col sorrisetto sornione.

E’ il momento di assumersi responsabilità se si ha la statura morale e la competenza per guidare un cambiamento, con la spietatezza che solo il rigore morale (quello autentico, non quello osteggiato) può darti. Perché solo coprendoti del pesante fardello puoi liberarti dal compito che la storia ti assegna.

In questa Italietta mediocre e ridotta in schiavitù, ammorbata da una finta discussione (agenda Monti sì o no; scendo in campo sì o no; Imu sì o no) non vedo figure carismatiche o talmente etiche da porsi come indiscutibili. O forse intravedo qualcosa, una luce fioca ma che potrebbe schiarirsi.

Da vent’anni si sostiene che vi sia in atto uno scontro tra magistratura e politica. Sappiamo che ciò è falso poiché lo scontro è stato tra un uomo, e i suoi interessi, e parte della magistratura chiamata ad accertare i reati commessi da quest’uomo. Non va comunque sottaciuto come parte della magistratura muova gli interessi su di un crinale politico che sfocia nel correntismo del Csm o nella sensibilità che guida alcuni movimenti della magistratura. Tutto ciò pretenderebbe un cambio di rotta, altrettanto netto. La magistratura deve apparire indipendente e tale deve mostrarsi.

Ben diverso, a mio avviso come ho già espresso molti mesi fa in favore di Ingroia, è voler pretendere che l’uomo magistrato, una volta tolta la toga, non partecipi in alcun modo al dibattito socioculturale e politico del Paese. Anche se è sempre opportuno che non manifesti platealmente il proprio credo politico poiché ciò indebolirebbe la sua indipendenza.

Il rapporto tra magistratura e politica è delicato ma non può ridursi ad una regola di intravasabilità assoluta. Occorre però intendersi sull’accortezza nel consentire questo travaso atteso che, per le funzioni e la posizione del magistrato, egli può trovarsi in una posizione di particolare vantaggio o egemonia rispetto agli altri politici o anche verso i propri elettori, influenzandone il voto.

In passato abbiamo avuto esempi di osmosi rilevanti (Scalfaro, Di Pietro, de Magistris) e ancora nel presente abbiamo numerosi magistrati che siedono in Parlamento o hanno ruoli apicali nella politica italiana. Tale scelta può venire naturale dopo aver dedicato la vita al diritto e alla giustizia. 

Ciò che è delicato, a mio avviso, non è tanto il dedicarsi alla politica quanto chi, dopo aver servito non il Paese nella sua interezza ma gli interessi particolari, torni poi dopo l’aspettativa a fare il magistrato pretendendo di riassumere l’aurea di indipendenza come se nulla fosse. Tale comportamento, a mio avviso è censurabile e grave ed andrebbe vietato.

Opportuna e nobile invece è la scelta di chi abbandona la magistratura per dedicarsi alla vita politica (che dovrebbe essere a tempo). Meno credibile è chi rimane in aspettativa durante l’intero percorso politico se dedito a servire gli interessi di una parte. Discutibile la scelta di chi svolge la politica nell’autentico interesse comune e poi torni a rifare il magistrato. Discutibile ma comunque forse non censurabile.

Ingroia farà le sue scelte. E’ opportuno che dietro di se esca però tutto il Paese sano, quello che crede in un’Italia onesta, giusta, legalitaria, riformista, spietata con i malfattori. Posso dirlo? Rivoluzionaria.