In un cacciucco di genti e correnti, equilibristi e giocolieri, nel grande puzzle della politica italiana, la regola delle espulsioni non è solo affare di Beppe Grillo. Cartellini rossi ne sono circolati in abbondanza nei corridoi dei palazzi, di tutti i colori e nessuno escluso. A partire dal Pd, la pratica è abbondantemente diffusa. In quella che è la sua capitale, Bologna, nel 2009, il partito di Pier Luigi Bersani, chiuse i conti in sospeso con quelli che avevano sostenuto la candidatura alle elezioni amministrative di Gianfranco Pasquino (vinse Flavio Delbono, eletto sindaco, ma entrato dalla porta e uscito dalla finestra dopo essere stato indagato per corruzione e peculato) e definiti dissidenti: il partito spedì una raccomandata con ricevuta di ritorno ai candidati nelle liste di Pasquino che erano iscritti al Pd comunicando e a quelli che l’avevano apertamente appoggiato, “a norma di statuto”, con l’espulsione del partito. In tempi più recenti le purghe sono toccate agli iscritti No Tav: l’ex sindaco di Avigliana (e attuale assessore) Carla Mattioli, l’ex vice Arnaldo Reviglio e l’attuale vicesindaco Andrea Archinà. Due casi, ma potremmo andare avanti con altre centinaia di nomi, consiglieri comunali, provinciali, regionali, iscritti. Lo stesso Grillo, sul suo blog, ha messo in fila 63 nomi di epurati nel Partito Democratico negli ultimi mesi a Siena, Pisa, Castiglione del Lago, Piacenza. A qualcuno è stata tolta la patente di simpatizzante. Perfino i sostenitori di Matteo Renzi sono stati messi alla porta. Renzi stesso ha rischiato e in più di un’occasione.

Il Pd dicevamo, ma non solo. Non ha mai scherzato la Lega nord dell’epoca di Umberto Bossi. Qui la lista è costellata da entrate, uscite, riammissioni. Deputati e senatori. In Veneto Bossi mandò via mezzo partito per ricostituirlo a sua immagine e somiglianza. Vennero espulsi il senatore Donato Manfroi, l’onorevole-cantante Paolo Bampo, venne retrocesso un fedelissimo bossiano come Erminio Boso, da senatore a consigliere provinciale a Trento. Un periodo nel congelatore toccò anche a Roberto Bobo Maroni. Fabrizio Comencini, ex missino folgorato sulle rive del Po, dopo un periodo in grande ascesa, venne messo alla porta: con lui quattro parlamentari e sette consiglieri regionali. In un giorno solo, Bossi, fece fuori gli unici due consiglieri regionali presenti in Toscana. E parliamo di reati d’opinione. Nel 2010 la strana vicenda di Marco Lusetti, ex vice segretario nazionale della Lega Nord Emilia, braccio destro dell’onorevole Alessandri, denuncia una mala gestione dei fondi leghisti e viene cacciato per la condotta a guida di un ente cinofilo (Enci), al centro di indagini ancora in corso. Poi è stata la volta del ribelle per eccellenza in casa Lega Nord: Flavio Tosi, sindaco di Verona e maroniano in ascesa, nel febbraio 2012 viene allontanato dalla vice presidenza del parlamento della Padania. Il motivo? Troppe assenze, ma nella pratica si gridò al complotto. Ultima, in ordine di apparizione, c’è Rosy Mauro, soprannominata la badante, ma in questo caso era piuttosto legittimata l’incompatibilità, visto che di lei si occupa la magistratura di mezza Italia. Anche se la frase rimasta famosa nella storia recente delle cacciate è quella di Fini, con il “che fai mi cacci?” lanciato dopo la richiesta di dimissioni da parte di Berlusconi nel corso della direzione Pdl. Il presidente della camera aveva rivendicato il suo diritto al dissenso all’interno del partito, ma la risposta era stata un rimettiamoci in riga e nessuno è necessario, con un dito puntato dal palco direttamente contro Fini. “Almeno da oggi abbiamo fatto chiarezza”, dirà poi Berlusconi in privato ai suoi, nel tentativo di giustificare una sfuriata per non far dimenticare chi comanda.

Tornando agli anni Novanta che hanno fatto un pezzo di storia della Repubblica Italiana, ha del memorabile la guerra tra Gerardo Bianco e Rocco Buttiglione per spartirsi quello che restava della Democrazia cristiana. Una guerra di cento giorni segnata da espulsioni e azioni legali. Alla fine la pace venne firmata nella suite numero 633 dell’hotel Royal a Cannes: a Buttiglione andò il simbolo, lo scudocrociato che già fu della Dc, a Bianco il nome, Partito popolare. Buttiglione, con un colpo di genio, pensò bene di chiamare il suo partito Unione democratici cristiani. Cosa ci fosse di unione lo sa solo Buttiglione. Tanto che un Roberto Benigni in grande spolvero sulla guerra tra Bianco e Buttiglione ci giocò gran parte del suo spettacolo dal vivo datato 1996. Per firmare la pace, quel giorno a Cannes, fece il ruolo di mediatore il presidente del Partito popolare europeo, Wilfried Martens. Se può essere utile a capire fino a che punto era arrivata la guerra combattuta, soprattutto, a colpi di espulsioni, appunto.