Continuo qui le mie riflessioni circa il fracking iniziate nel mio precedente post.

Estremamente grave per la salute pubblica e delle falde acquifere è il fatto che in alcuni casi i numerosi rifiuti del fracking vengono deposti sine die in vasche a cielo aperto, causando miasmi tossici e inquinamento dell’atmosfera nel circondario. E i fluidi di scarto dove finiscono? 

Quando non finiscono nelle vasche, vengono re-immessi nel sottosuolo, sempre ad alta pressione, nei cosiddetti pozzi di reiniezione. Ed è proprio l’alta pressione con cui i fluidi dismessi ed inquinanti spingono sulla roccia – possibilmente su faglie sismiche note o non note – che può scatenare fenomeni tellurici in zone anche non sismiche, come successo in Oklahoma, Texas, Arkansas, Ohio, negli USA, a nel British Columbia in Canada, e a Blackpool nel Regno Unito.

Ci sarebbero tante storie da raccontare di vite normali spezzate dal fracking qui negli Usa mentre i grandi strateghi seduti a Washington e coccolati dai lobbisti del gas parlano di indipendenza energetica. 

E in Italia? Che io sappia, nel bel paese non ci sono ancora interventi di fracking su larga scala. La ditta Independent Resources ha sperimentato un evento di fracking a Ribolla, in provincia di Grosseto nel 2009. Ora cerca partner per sviluppare il suo progetto di estrazione di shale gas in Toscana.

Questa ditta è la stessa che gestisce lo stoccaggio di gas a Rivara, vicino all’epicentro del terremoto emiliano. Altri progetti per estrarre Coal Bed Methane e per poi stoccare le vacuità del sottosuolo con CO2 sono previsti per le miniere dismesse del Sulcis in Sardegna e attorno a Siena.

Si dirà: il nostro territorio si presta poco al fracking, queste di Ribolla e del Sulcis sono solo prove, non si deve fare allarmismo. Io invece credo che proprio perché siamo all’inizio, e proprio perché siamo ancora una nazione tutto sommato frack-free, occorra intervenire adesso e legiferare in materia prima e non dopo.

Quanto succede negli USA non è allarmismo, è verità. E mutatis mutandis sarà realtà anche in Italia se nessuno dice o fa niente.

La Francia, la Bulgaria, il Lussemburgo hanno vietato il fracking sul loro territorio. Gli stati del Quebec in Canada, del Victoria in Australia, della Cantabria in Spagna, del Vermont negli USA l’hanno vietato anche loro. L’Inghilterra ha una moratoria dopo il terremoto del 2011 a Blackpool, e così pure lo stato di New York. 

Ecco, evitiamo che tutto questo possa anche solo iniziare in Italia. Siamo ancora in tempo e possiamo ancora guardare al resto del mondo e imparare dagli sbagli degli altri.