Solidarietà per Angelino Alfano. Ci vorrebbe una sottoscrizione popolare, la raccolta di milioni di firme per testimoniargli l’affetto planetario, così come si fa per i tibetani, i profughi del Bangladesh, il Darfour, gli esodati, gli schiavi di Marchionne e gli appestati dell’Ilva.

Voleva fare le “primarie”, voleva “rilanciare” il partito, pensava davvero di esistere, guardava – asimmetricamente – lontano. Invece, niente, appena il Capo ha ripreso in mano il cellulare (“ha ricominciato a rompere il cazzo”, direbbe la Litizzetto in dolce stil novo) e dato gli ordini, Angelino ha disdetto le primarie e ha fatto cadere il governo Monti così, come si butta via un kleenex usato.

Davanti a Bruno Vespa e a Massimo Franco, il povero Alfano – che non ha mai avuto il coraggio di dire la verità: me lo ha ordinato il Caimano – sembrava scoprire per la prima volta di aver commesso un delitto. L’unica frase intellegibile riguardava la “dignità” del professore nel rassegnare le dimissioni. Ecco, appunto, la dignità.

Uno come Alfano, che in politica pesa come un chihuahua denutrito, avrebbe dovuto dignitosamente togliere da mesi il disturbo. Anzi, glielo riconosciamo, il non disturbo.