Tra poco conosceremo i candidati che si presenteranno alla lotta per la guida della Regione Lombardia. L’unico medico in lizza, al momento, è la ginecologa Alessandra Kustermann alla quale ho scritto questo commento al suo programma sulla sanità che ho letto su Facebook

“Vorrei tanto sentir dire al medico Kustermann che la prima cosa che farà sarà quella di controllare seriamente il lavoro dei medici. I controlli sulle cartelle cliniche “riscritte” non serve a nulla. Occorre un sistema di controlli sui pazienti. E’ di oggi la notizia che due ospedali lombardi non assicurano più i medici per le troppe denunce, Niguarda e San Carlo; la società oftalmologica italiana, 7000 oculisti, ha dovuto chiedere a numerose compagnie quest’anno prima di firmare l’accordo con il 30 per cento di aumento. La medicina è distrutta. La medicina difensiva aumenta con spese enormi.

Bisogna rifondare la sanità difendendo i medici onesti e cancellando dall’ordine quelli che si approfittano dei cittadini malati! Lei cosa ha fatto quando il suo collega di ospedale ha pagato 200.000 euro di premi agli infermieri perché si lavassero le mani scoprendo che le complicanze si erano così notevolmente ridotte? Vuol dire che le complicanze l’anno prima durante le nascite erano superiori solo perché non si lavavano le mani visto che non venivano stimolati economicamente? Qualcuno l’ha spiegato ai genitori? Bisogna pagare molto più gli infermieri per il loro importante lavoro ma non certo per lavarsi bene le mani! Dott.ssa Kustermann, è ancora così?

Occorre ripartire dalla base, dalle regole, dagli onesti. Fossi un magistrato, indagherei. 

E ancora, dottoressa: un medico è stato rinviato a giudizio per omicidio colposo dopo aver prescritto un farmaco a una paziente, poi deceduta, sottoposta a dieta dimagrante. Qualcuno controlla?

Nella prossima primavera uscirà in Italia il libro, Bad Pharma, di un medico britannico, Ben Goldacre, che affronta il problema dei rapporti tra aziende farmaceutiche e medici. Durante la sua pratica clinica il medico racconta di aver prescritto un farmaco, la reboxetina, dopo aver letto i dati dei test clinici prevalentemente positivi se paragonati ad altri antidepressivi approvati dall’agenzia del farmaco britannico che ha autorizzato l’immissione nel mercato. “Doveva essere un farmaco efficace e sicuro”, scrive, “Ma ci eravamo sbagliati. Nell’ottobre del 2010 un’equipe di ricercatori è riuscita finalmente a mettere insieme tutti i dati disponibili sulla reboxetina, presi sia dai test clinici pubblicati sia da quelli mai apparsi sulle riviste specialistiche. In realtà non era meglio di un placebo e faceva più male che bene. In pratica avevo danneggiato il mio paziente, semplicemente perché i dati negativi sul farmaco non erano mai stati pubblicati”. La reboxetina è ancora sul mercato (presente anche nel sito dell’AIFA).  

“I dati negativi spariscono in tutti i settori della medicina. Le istituzioni e le associazioni professionali che dovrebbero censurare certi comportamenti non lo fanno. L’efficacia dei farmaci viene verificata da quelli che li fabbricano, con test clinici mal progettati e condotti su un piccolo numero di pazienti poco rappresentativi, e analizzati con tecniche truccate che enfatizzano solo i benefici. Nei loro quarant’anni di pratica, dalla laurea alla pensione, i medici raccolgono informazioni dai rappresentanti delle case farmaceutiche, dai colleghi e dalle riviste specializzate. Ma i colleghi possono essere pagati dalle case farmaceutiche, spesso in segreto, e così anche le riviste. A volte perfino i gruppi di pazienti.”

Nella ricerca della cura migliore ancora scrive: “Nel 2010 un gruppo di ricercatori di Harvard e dell’università di Toronto ha esaminato 500 test clinici effettuati su farmaci e hanno trovato che l’85% degli studi finanziati dall’industria farmaceutica dava risultati positivi. Nel caso di quelli finanziati con soldi pubblici era del 50%. A volte sono volutamente falsati, a volte semplicemente non pubblicano i risultati quando vedono che non sono quelli che vorrebbero. E’ assolutamente normale che i ricercatori e gli accademici responsabili di uno studio firmino un contratto con clausole che gli impediscono di pubblicare, discutere e analizzare i dati ottenuti senza il permesso del finanziatore. E’ una situazione così vergognosa che può essere perfino pericoloso parlarne.”

Questo sistema lacunoso dipende dal fatto che, come continua a scrivere il dott. Ben Goldacre, “i risultati dei test vengono consegnati in segreto alle agenzie di controllo. Ad esempio il rosiglitazone fu messo in commercio nel 1999. Dopo cica un anno il dott. John Buse dell’università del Nord Carolina parlò a due convegni accademici del rischio che il farmaco facesse aumentare i problemi cardiaci. La Gsk, produttrice del medicinale, contattò direttamente Bose nel tentativo di metterlo a tacere, poi si rivolse al suo capo dipartimento. Nel 2007 una relazione della commissione finanze del senato statunitense parlava di “intimidazione” nel caso di Buse. Nel 2003 l’ufficio di Uppsala dell’Organizzazione mondiale della sanità, che si occupa del monitoraggio dei farmaci, contattò la Gsk che condusse nel 2005 e 2006 due meta-analisi dei suoi dati che dimostrarono la fondatezza del rischio di avere un numero insolitamente alto di rapporti che associavano il rosiglitazone ai problemi cardiaci. Nessuno fece una dichiarazione ufficiale, molti pazienti continuarono la terapia finchè il cardiologo Steve Nissen nel 2007, e studi successivi, hanno che il rischio di malattie cardiache aumentava del 43%. Nissen aveva potuto fare la sua analisi solo grazie all’insolita sentenza di un tribunale quando si era saputo che la Gsk, nel 2004, aveva tenuto segreti i dati sui gravi effetti collaterali della paroxetina nei bambini. Il suo comportamento scorretto aveva dato origine a una causa civile per frode, alla fine della quale l’azienda, oltre a pagare i danni, aveva dovuto impegnarsi a pubblicare i risultati dei suoi test clinici su un sito web accessibile al pubblico. Nel 2010 il rosiglitazone è stato ritirato dal commercio. E’ per questo che tutti i risultati dei test clinici dovrebbero essere accessibili.”

Mi chiedo perché, e lo chiedo alle istituzioni a tutti i livelli, non vengono resi pubblici in Italia, in particolare ai medici che devono prescriverli, tutti i test clinici dei farmaci, dei generici e dei vaccini. Dobbiamo sapere, per curare. 

Dott0ressa Kustermann, come vuole, con fatti e non con parole, cambiare la sanità lombarda? Potrebbe cominciare dal suo ospedale…