Lo spread è sotto quota 300. Per il Presidente del Consiglio Mario Monti l’obiettivo è arrivare a 285 punti base. La metà esatta di come l’ha trovato insediandosi a Palazzo Chigi. Nel frattempo, però, il tasso di disoccupazione, in un anno, è salito dal 9% all’11%, sono drasticamente calati i consumi e la produzione industriale è in picchiata. Il Pil un anno fa era a -0,5 mentre oggi è a -2,6. Anche il potere d’acquisto delle famiglie per beni e servizi base è diminuito: 100 euro del 2007 oggi valgono soltanto 92.

Il 56% dei lavoratori e il 70% dei pensionati hanno un reddito inferiore a 20 mila euro l’anno e le retribuzioni dei lavoratori italiani sono inferiori del 17% a quelle medie dei Paesi Ocse, pari al 56% di quelle degli inglesi, al 71% di quelle dei tedeschi, all’83% di quelle dei francesi e all’88% di quelle degli spagnoli. L’Italia non brilla neanche dal punto di vista dell’equità sociale. Il 20% della popolazione più ricca, infatti, possiede il 40% della ricchezza nazionale, mentre il 20% della popolazione più povera deve accontentarsi dell’8%.

Ricapitolando, a parte lo spread che va meglio, il Pil diminuisce, la disoccupazione aumenta, le aziende, gli artigiani e i commercianti sono al collasso, le famiglie sono più povere, le banche non concedono prestiti e la pubblica amministrazione ha un debito con le imprese che sta tra i 70 e i 90 miliardi di euro. 

Viene da chiedersi: perché il merito della diminuzione dello spread ha un nome e un cognome, mentre tutto il resto del quadro economico è orfano? 

Si dirà che la colpa è della crisi. E naturalmente del debito pubblico. E’ vero. E non c’è dubbio che sia così. Ma la cura da cavallo, fatta di tagli e tasse, non doveva servire, innanzitutto, a riequilibrare il rapporto tra debito pubblico e Pil? E perché, invece, è cresciuto?

La risposta a questa domanda è in uno studio del Fondo Monetario Internazionale (che, come tutti sanno, non è una centrale dell’estremismo). Lo studio ha dimostrato, analizzando le politiche economiche di centinaia di Paesi, che non c’è un caso dove l’austerità, in un momento di crisi, abbia stimolato la crescita. Ma allora tutta questa sofferenza inflitta ai disoccupati, ai lavoratori, alle famiglie, ai territori è servita solo a tenere bassi i tassi d’interesse?

Forse Mario Monti, anziché augurarsi uno spread a quota 285, avrebbe fatto meglio ad auspicare un calo del tasso di disoccupazione. Almeno ai livelli di un anno fa. Questo sì che sarebbe stato un dato che cambiava segno alla crisi.

Il punto è che servirebbe un cambio di visione, simile al New Deal rooseveltiano, che negli anni Trenta, cambiò radicalmente i paradigmi di governo dell’economia, assumendo, in un momento di grande crisi, il 60% dei disoccupati, piantando 3 miliardi di alberi, creando 13 mila parchi, costruendo o ristrutturando 2.500 ospedali e 45 mila istituti scolastici, realizzando 1 milione di km di strade e 7.800 ponti. Altro che politiche del rigore.

Per uscire dall’acqua bassa in cui è incagliato il Paese c’è bisogno di risposte coraggiose in termini di rilancio di politiche per il lavoro, di difesa e valorizzazione del patrimonio industriale, d’irrobustimento del sistema di welfare. Anche perché se è vero che bisogna salvare l’Italia, non ci si può, allo stesso tempo, dimenticare degli italiani.