A differenza di Carlo Lucarelli, sono andato a votare alle primarie del centrosinistra e, come lui avrebbe fatto se ci fosse andato, ho votato Vendola, pur sapendo che avrebbe perso. Non l’ho fatto per vocazione minoritaria.

Ho votato perché credo che il voto sia l’unico strumento non retorico di democrazia. E ho votato per Nichi perché lo apprezzo e stimo, perché dal centrosinistra mi aspetto anche “qualcosa di sinistra” e perché – come scrive Lucarelli sul suo blog – penso anch’io, da quando faccio il cronista (32 anni) che le politiche contro la mafia non siano solo un fatto di “sbirri” e magistrati ma la prima emergenza endemica, economica, politica, culturale di questo Paese.

Nulla di ideologico. Vendola è stato l’unico che, non da ora, ha parlato di mafia. Renzi e Bersani poco. Non perché né l’uno né l’altro abbiano qualcosa in contrario, quanto perché come una parte ampia della classe dirigente italiana considerano non prioritaria e centrale questa battaglia. Da questo punto di vista credo che sia molto più “di sinistra” il ministro Cancellieri e non per il suo ruolo istituzionale ma per intima e civile convinzione.

Ora – con qualche dubbio che ciò accada entro il 2 dicembre prossimo – da un leader che si candidi a fare il volto dello schieramento di centrosinistra, mi aspetto questo: basta con le liti formali su regole, basta con le contrapposizioni personali o solo anagrafiche. Cose importanti, certo. Ma parlate di politica e di contenuti. Anche di questi contenuti concreti. Dite qualcosa di concreto, se non di sinistra.

Bersani e Renzi studino le cifre: le mafie (lo dicono tutti, dal Viminale, a Bankitalia, a Sos imprese) fatturano ogni anno tra i 130 e i 160 miliardi di euro, operano e investono a Milano o a Reggio Emilia più che a Palermo o Catania o Bari. Per chi come il sottoscritto lavora e scrive su questi temi da decenni e ha imparato questo mestiere da un maestro di professione come Giuseppe Fava sono cose scontate. Sul mensile “I Siciliani” noi lo scrivevamo già dal 1982: la mafia all’assalto di Milano, l’economia mafiosa che “si fa Stato”. Tutto ciò accade almeno da tre decenni in Italia e nella sottovalutazione delle classi dirigenti nazionali ora tutto ciò pare “scontato”, ma non lo è. C’è ancora gente, partiti, leader che – per inerzia e pigrizia se non per collusioni dirette – nega questa evidenza, confermata non da un comitato antimafia ma perfino dalla nostra banca centrale.

Renzi e Bersani parlino di lotta alle mafie e le mettano al centro del loro programma “economico”, non ne parlino – tra parentesi – solo come un problema di ordine pubblico.

Ma vorrei andare oltre e indicare un altro tema – diverso ma affine – sul quale né Renzi e neppure Bersani dicono “cose concrete e di sinistra”. Anche qui nulla di ideologico e cose che vengono da lontano anche se ora tornano di tragica attualità.

Parlo del tema del rapporto tra fabbriche e ambiente. Trenta anni fa, sulle pagine dei Siciliani, scrivevamo delle morte per tumori nella baia di Augusta, occupata e cancellata dal mito del polo petrolchimico. Lì, da 50 anni, anche ora che il polo industriale è in crisi, nascono bambini deformi e si muore di neoplasie in quantità superiore alle medie nazionali. Lì come altrove nel sud Italia, dove si sono fatte quelle scelte industriali che ora non reggono più neanche dal punto di vista occupazionale.

Ecco, da un leader di centrosinistra mi aspetto, anche questo: che dica onestamente cosa pensa dell’Ilva, che metta il dito in questa scottante questione civile. Se no al ballottaggio, sia Renzi che Bersani faranno a meno del voto di tantissima gente. Mi aspetto che i due candidati non difendano “realisticamente” solo il “lavoro brutto, sporco e cattivo” ma propongano (soprattutto nel sud) altri modelli di sviluppo, altra occupazione, altre destini personali e collettivi.

Nei quali non si debba morire per guadagnarsi da vivere.