“Nella nostra scuola abbiamo regole da eseguire, ma anche il personale e gli insegnanti le devono rispettare. Come succede in ogni classe l’insegnante può mancare, ma deve esserci un sostituto che copra la classe. Purtroppo nei casi che non venga il supplente gli alunni vengono divisi in altre classi. L’insegnante che ha già gli alunni, viene appesantita con altri studenti, che a loro volta per la noia di non fare niente possono produrre baccano e disturbare, così da distrarre gli altri bambini. Ogni volta che manca una maestra deve essere chiamata una supplente, che copra la classe scoperta”.

Non è la protesta sgrammaticata di qualche sindacalista o di qualche corporazione d’insegnanti come può pensare Mario Monti ma è la lettera che una mia alunna ha scritto dopo una settimana trascorsa in 25/26 in classe a causa dell’assenza di una collega. E’ quello che continua ad accadere nelle scuole italiane: un docente si ammala, la classe viene divisa.

Cinque bambini in prima, quattro in terza, sette in quinta. Il ritornello è sempre lo stesso da anni: soldi per chiamare i supplenti non ce ne sono. Eppure ieri il Presidente del Consiglio ha affermato dal palco di Fabio Fazio che “Nella sfera del personale della scuola abbiamo riscontrato anche grande spirito conservatore”, come la “grande indisponibilità  a fare due ore in più a settimana che avrebbe significato più didattica e cultura”. Magari più didattica e più cultura in una classe con 25 alunni di classi diverse e un solo insegnante. Magari più cultura senza fare viaggi d’istruzione perché di soldi non ce ne sono più. Magari più didattica in un’Italia dove un terzo delle scuole non ha i laboratori d’informatica. Più didattica senza formazione. Più cultura senza digitalizzazione.

I bambini sono i primi ad accorgersi delle conseguenze di questa situazione. Ad un certo punto, la scorsa settimana, mi hanno chiesto: “Ma perché dobbiamo sempre avere in classe questi di quarta e avere un gran caos in aula?”.

Ho spiegato loro le ragioni di quanto sta avvenendo. Il giorno dopo Maria ha preso carta e penna e mi ha scritto questa lettera di protesta come io le ho insegnato a fare quando c’è qualcosa che non va. Protestare ovvero testare pro, testimoniare per. Questo è quanto dovremmo tornare a fare con i nostri bambini di fronte ad una scuola che ci costringe a fare lezione con più classi, con bambini di diverse età parcheggiati qua e là. Insegnare a protestare con civiltà significa lottare contro l’indifferenza, contro l’apatia. Invierò la lettera della mia alunna al Presidente del Consiglio per far capire lui che non ci sono solo i violenti della piazza (a detta di qualcuno) e le corporazioni (dove le ha viste?)  ma anche degli innocenti bambini (conservatori?) che di questa scuola non ne possono più.