Dallo scoppio della rivoluzione siriana sono passati 20 mesi, 40.000 morti, almeno 2 milioni di sfollati interni, oltre 500 mila profughi siriani nei paesi limitrofi e, almeno, 3000 bambini massacrati, eppure le piazze italiane non si sono mai riempite di pacifisti come in quest’ultima settimana per la Palestina, perchè?

Probabilmente perchè la Palestina è parte integrante di un certo tipo di ideologia di sinistra. Perchè Assad, che veste in giacca e cravatta come Shimon Peres, non è ebreo. Oggi tutte le fonti e le notizie che arrivano da Gaza o Israele sono “certe”, non bisogna controllarle. In Siria no. E’ tutto diverso. Si è passato un anno a scoprire la Siria (perchè in pochissimi sapevano della sua esistenza), a ribadire che le fonti erano inattendibili, a giustificare Assad perchè “protegge” le minoranze e perchè sta bene ad alcuni uomini politici nostrani. Oggi c’è qualche italiano che grida: “i morti israeliani sono di seria A, mentre i palestinesi di B”, allora i siriani?

40.000 morti non sono serviti nè ai palestinesi, nè, in primis, agli israeliani per seppellire l’ascia di guerra. “Guardate il passato per non commettere nel futuro gli stessi errori” diceva il saggio. Eppure il genocidio siriano non ha insegnato nulla. Non ha aiutato gli israeliani a capire che è superiore chi risponde alle armi con le parole e che un popolo privato della libertà è disposto a tutto. I palestinesi non hanno capito che il cambiamento parte sopratutto da loro, dalla loro politica.

Le stragi di bambini a Gaza devono inorridire tutti, perchè i bambini ci devono unire, allontanandoci dagli imprenditori dell’odio. Gli ebrei e i palestinesi si devono trovare intorno a ciò che gli accomuna, come la Bayt (parola sia ebraica che araba, significa casa). Devono abbandonare le armi e cominciare a riconoscersi reciprocamente, magari partendo dal dolore con cui convivono quotidianamente. La Shoah e la Nakba sono due facce della stessa medaglia, due dolori uguali.

Ghassan Kanafani, scrittore palestinese, nel suo romanzo “Ritorno ad Haifa” descrisse l’incontro tra due profughi palestinesi che, tornando ad Haifa dopo molti anni, trovarono dentro la loro casa una ebrea polacca, scampata ai campi di concentramento, alla quale una agenzia aveva assegnato l’alloggio. Quei palestinesi scoprirono nel volto della donna ebrea i segni di un atroce dolore che anche loro avevano conosciuto. Da vittime a carnefici il passo diventa breve, perchè il male riesce a incantare gli uomini più facilmente dell’amore.

Inoltre, bisognerebbe aver avuto, almeno per un giorno, il passaporto palestinese, per conoscere la frustrazione alla quale i palestinesi sono continuamente sottoposti valicando un confine. Bisognerebbe essere nati in Palestina per conoscere il significato della negazione all’essere “qualcosa”; osservare l’impotenza di un mondo arabo che ha adoperato la causa palestinese come propaganda per accreditersa con le masse arabe; sapere che oltre un milione di connazionali sono rinchiusi a Gaza, una prigione a cielo aperto.

Vi dico, però, che bisognerebbe, almeno per un giorno, essere ebrei per capire cosa è voluto dire essere vittime nella storia: capri espiatori di imperatori, capi di stato, per poi venir quasi annientati nei campi di sterminio nazisti. Avere addosso lo spettro di 2000 anni di persecuzioni e trasmettendo questo fantasma di generazione. Oggi è essenziale la pace, perchè essa diventa l’unica via percorribile per evitare conseguenza dannose per entrambe le parti.

Serve che la società civile palestinese e quella israeliana colgano il messaggio della primavera araba: il cambiamento parte da noi.

Un sogno: Sarebbe bello vedere la comunità ebraica e palestinese di Milano, Roma ecc.. scendere in piazza mano nella mano, a dialogare, a chiedere lo stop delle violenze e la pace. Non sarebbe una cosa assurda come, invece, è quello che stiamo vedendo a Gaza e dintorni. Ricordo a rabbini e imam che la religione ebraica e quella musulmana non contemplano la violenza.