Gli slogan sono gli stessi che abbiamo sentito gridare a Tunisi e al Cairo e che sentiamo ancora gridare a Manama e in altre capitali arabe. Pure l’odore dei gas lacrimogeni è lo stesso, anche se non ci sono state ancora vittime e il numero degli arresti è finora limitato.

Quegli slogan sono rivolti contro la longevissima dinastia reale del Kuwait, gli al-Sabah, al potere da oltre due secoli e mezzo e, in particolare, contro le modifiche legislative adottate in fretta e furia in vista delle elezioni del 1° dicembre per, secondo il governo, preservare l’unità nazionale o, nella traduzione degli oppositori, per avere un parlamento obbediente e supino ai dettami dell’emiro al potere.

Il decreto che modifica la legge elettorale prevede un solo voto di preferenza anziché quattro.

Le proteste vanno avanti da un mese e mezzo. Il 10 novembre decine di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente in una piazza adiacente al parlamento, finendo per traboccare fuori dallo spazio autorizzato. L’emiro Sheikh Sabah al-Ahmad al-Sabah, longevo a sua volta (ha 83 anni), ha subito parlato di una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Il suo ministro dell’Interno ha ammonito a rimanere nei metri quadri consentiti, minacciando in caso contrario “forza e fermezza”.

In piazza a Kuwait City si ritrovano da settimane, fianco a fianco (anche se le donne stanno da un altro lato) islamisti, rappresentanti delle tribù, riformisti liberali, giovani attivisti, accomunati da un unico obiettivo: contrastare il disegno dell’emiro, che vuole fare in modo che nel prossimo parlamento non ci siano troppe presenze scomode.

Dal 2006, il parlamento è stato sciolto in media una volta all’anno. In mano all’opposizione, era impossibilitato a lavorare.

L’ex presidente del parlamento, Ahmed al-Saadoun, ha invitato al boicottaggio delle elezioni, accusando il governo di star guidando il paese verso un regime autocratico.

Per una discreta parte della popolazione del Kuwait, comunque, il tema della legge elettorale risulta di scarso interesse: sono gli oltre 100.000 bidun, persone apolidi, senza cittadinanza da mezzo secolo. Hanno provato anche loro a fare la “primavera araba” ma non se li è filati nessuno.