L’avevamo sempre descritta come un’isola felice. Forse perché le altre isole dell’arcipelago Rai, Tg1 e Tg2, erano inselvatichite, prive di nutrimento e acqua potabile. E, invece, l’isola felice del Tg3 non esiste, è un’isola che non c’è.

La sua inesistenza è stata certificata nel pomeriggio di giovedì con un comunicato del comitato di redazione che contestava la direzione triennale di Bianca Berlinguer. La “zarina” (soprannome coniato lo stesso giorno del suo insediamento) ha replicato a stretto giro di posta con una lettera conciliante, ma ormai lo scontro c’era stato e anche con toni accesi. Motivo scatenante, la nomina di Oliviero Bergamini a caporedattore della Cultura. Giusto una scusa, perché Bergamini è un giornalista stimato e – almeno all’apparenza – niente affatto assetato di potere e poltrone. E allora, se la matematica non è un’opinione, c’era altro fuoco che covava sotto la cenere. Chiamiamolo “disagio”, soprattutto – raccolto qualche sfogo – dovuto al carattere della direttora alla quale vengono rimproverati autoritarismo, poteri usati come clave, umori ondivaghi alla base dei quali, probabilmente, una percepibile insicurezza.

Sintetizzando: personalità assai spigolosa. Vengono in mente quegli scambi di frasi fatte: “Simpatico il tuo capoufficio”. “Sì, sì, perché non ci lavori”. Nelle stanze del Tg3, molti rimpiangono Antonio Di Bella: “Impossibile litigarci. Magari rinviava all’infinito, ma era uno spirito laico che svecchiò la redazione dai nostalgici di TeleKabul e di Sandro Curzi senza spargimenti di sangue”.

Nemmeno adesso si sparge il sangue e, se anche la linea politica del Tg3 è molto bersanian-montiana (sparito Berlusconi e il suo appeal negativo, anche lo share è declinante), non esiste paragone possibile con le devianze professionali ed etiche del Tg1 di Minzolini. Nelle grane affioranti del Tg3 ci ha inzuppato il pane tutta la stampa di destra e berlusconiana, per consumare una vecchia vendetta all’insegna che tutto il mondo (tutte le redazioni) è paese. Giuliano Ferrara è andato oltre il lecito, giustificando le arrendevolezze di Antonio Di Bella “perché ricattabile” in quanto figlio di quel Franco, direttore del Corriere della Sera, che si iscrisse alla P2.

Meschinità, al cospetto di due questioni gigantesche che faranno posporre ogni dissenso: si vota a marzo e Gubitosi ha confessato un altro buco di 200 milioni in nove mesi. In tutta Saxa Rubra non ci sarà pace armata: ma un inverno con il fiato sospeso.

Il Fatto Quotidiano, 18 Novembre 2012