Lo sciopero europeo di mercoledì si è trasformato in pochi minuti da manifestazione partecipata e colorata in una caccia al manifestante. Le cariche avvengono sul Lungotevere a Roma, schiacciano il corteo e lo spazzano dal centro; ma avvengono anche a Largo Argentina, servono a spaventare e a dividere i manifestanti.

Il primo commento della ministra dell’Interno Annamaria Cancellieri è stato un ‘ben fatto’ alle forze di Polizia, “che hanno evitato maggiori e più gravi conseguenze per l’ordine pubblico, per la sicurezza e per l’incolumità dei cittadini”.

Poi Cancellieri ha visto alcune immagini: ha visto lacrimogeni piovere dal palazzo del Ministero della Giustizia; ha visto anche celerini infierire su studenti già a terra o che li inseguono mentre tentano di allontanarsi dalle cariche. Tanto che più tardi, in un’intervista, ha promesso: “accerteremo le responsabilità” e “ne trarremo le conseguenze disciplinari”.

Alla domanda sul perché in Italia gli agenti in tenuta antisommossa non siano riconoscibili, attraverso un semplice numero identificativo sui caschi, la ministra ha risposto dicendo che la questione è delicata, “ma da valutare”.

In realtà, in questo paese non sembra esserci la volontà politica per affrontare cosa non funziona all’interno delle forze dell’ordine.
Le ripetute richieste perché si preveda l’identificazione degli agenti cadono da tempo nel vuoto e, d’altra parte, fa scuola il trattamento riservato al disegno di legge che mira ad introdurre il reato di tortura. Un provvedimento atteso da 24 anni, da quando, cioè, l’Italia ha ratificato la Convenzione Onu che chiede agli stati aderenti di la penalizzazione di tutti gli atti di tortura.

Il ddl è attualmente fermo in commissione Giustizia, al Senato, dove altri temi più impellenti – come la disciplina del condominio – hanno la precedenza. O meglio, il testo è tornato alla commissione Giustizia, che lo aveva approvato, respinto al mittente dall’Aula perchè secondo alcuni parlamentari introdurre il reato di tortura sarebbe offensivo per le forze dell’ordine. In realtà la penalizzazione della tortura potrebbe svolgere un ruolo preventivo, definendo i limiti oltre i quali l’esercizio del potere pubblico diventa illegittimo.

Con troppe regole, però, certi obiettivi diventano di difficile realizzazione. Senza è più facile dividere un corteo, terrorizzare le persone, allontanare i più giovani e inesperti dalla piazza. Riportarli nelle proprie case, e poter continuare a dire che i giovani italiani non faranno mai la rivolta perché stanno troppo bene con mamma e papà, perché sono bamboccioni, che non hanno futuro e sono troppo choosy per riprenderselo. Evitare che sull’onda della mobilitazione degli studenti, tanti e tante che sono in lotta nei territori, nei posti di lavoro, per il diritto alla casa, decidano di unirsi per chiarire a Governo e partiti che, dietro il ricatto del debito, non possono passare politiche neoliberiste che distruggono lavoro, welfare e diritti, e che vanno ben oltre la contingenza della crisi.
A volte la polizia fa paura, ma il dissenso di più.

di Angela Lamboglia e Valeria Mercandino