Siamo un paese cattolico”: è solo una frase, ma può essere il motivo che porta a morire.

Lei si chiamava Savita Halappanavar, cittadina di origine indiana, faceva la dentista a Galway, nell’Irlanda occidentale, dove ancora vige una legge fortemente restrittiva sull’interruzione di gravidanza.

La donna, incinta, sta male da giorni a causa di un problema fetale e chiede l’intervento di interruzione in ospedale. Ma, dal momento che i medici riscontrano ancora il battito nel feto, si rifiutano di applicare l’unica clausola prevista dalla legge irlandese, quella dell’aborto terapeutico. “Siamo un paese cattolico”, le dicono: così, dopo due giorni di agonia, come racconta il marito della donna, solo quando il feto è morto in utero i medici accettano di rimuoverlo, ma è troppo tardi. Savita morirà di setticemia poco dopo.

“Siamo un paese cattolico” me l’ha detto anche una inoffensiva maestra di religione dell’asilo dei miei figli, quando cercai di spiegare, a lei che mi diceva come il bambino ‘soffrisse’ dell’esonero, che non ero contro il suo lavoro e men che meno contro la sua fede, ma contestavo che nella scuola italiana di ogni ordine e grado si imponesse una sola religione e non si prendessero in considerazione altre fedi e visioni non religiose.

Ricordo il tono di quell’affermazione, e il sottotraccia vagamente intimidatorio: la maggioranza è d’accordo con me, questo è quanto, o così o se fuori.

In Irlanda, però, non si trattava di opinioni, per quanto vincolanti: si trattava di vita o di morte.

Il fondamentalismo è appunto questo: sentenziare, talvolta legiferare, prendendo a spunto le (presunte) parole di un dio e decidere così, spesso, della vita e della morte di un altro essere umano.

Come dice Irshad Manji, credente e lesbica, nel suo “Quando abbiamo smesso di pensare?” (ed. Guanda, 10.62€) importantissimo libro contro il fanatismo e l’intolleranza della sua religione: “Il mio dio non è quello degli integralisti, che mi vorrebbero morta perché amo una donna. Se dio non avesse voluto che io fossi come sono, io non ci sarei. Dio non mi giudica per quella che sono, sono gli esseri umani a farlo”.

Savita è morta in nome di un dio, brandito come un’arma letale da altri esseri umani. E poi le chiamano “religioni di pace”.