L’agricoltura in Europa sta invecchiando, per questa ragione viene lanciata la campagna europea per rilanciare i giovani agricoltori. Un sito dal nome interessante, lanciato da poco dall’Unione Europea, proprio per stimolare il ritorno alla campagna: futurefoodfarmers.ue come riferimento per ricevere informazioni e restare aggiornati.

I dati non sono rassicuranti: il 6% degli agricoltori hanno meno di 35, 1/3 hanno piu’ di 65, 1/2 ha piu’ di 55 anni. Le politiche agricole negli ultimi 10 anni non hanno saputo fermare l’emorragia della perdita di aziende agricole. Secondo il coordinamento europeo della via campesina, 1000 aziende agricole al giorno hanno chiuso i battenti nel periodo che va dal 2003 al 2010, si parla della perdita netta del 20%. I problemi rimangono invariati da tempo: accesso al credito, accesso alla terra e un troppo basso ritorno nell’investimento durante il primo anno di vita della nuova azienda.

Nonostante la spesa effettiva pubblica totale, nel periodo 2007-2010 dell’Europa, sia stata di € 1,7 miliardi ovvero il 33,8% della spesa programmata per il periodo 2007-2013 i risultati sono ancora scarsi. Un 6% di giovani sotto i 40 anni rappresenta un peso davvero troppo basso per poter pensare di riuscire a produrre il cibo di cui avremo bisogno nel futuro e salvaguardare la sicurezza alimentare. Qualcosa di più di 36 mila giovani agricoltori hanno ricevuto i fondi stanziati con la misura dedicata ai giovani, la 112, rappresentano solo il 20% dell’obiettivo che l’europa si era imposto di raggiungere.

In Italia la terra però non è così bassa e, nonostante la crisi, il settore agricolo ritorna ad essere quello più ambito. Gli italiani si dimostrano poco “choosy” e riprendono a zappare la terra. Tra i 16 e i 25 anni si va a lavorare in campagna, studenti-lavoratori che per arrotondare scelgono di fare un lavoro comunque faticoso, dimostrandosi meno schizzinosi di quanto si dica dei giovani di oggi. Il grande risultato che può vantare l’Italia oggi è che nonostante continuino a chiudere le aziende, con cifre da capogiro ( si parla di 400.000 in un periodo che va dal 2000 al 2009), il numero di assunti regolari nel settore primario, secondo la ricerca da poco pubblicata di Coldiretti/SWG, mette a segno un bel 10% in barba a quello che si dice, queste sono persone che producono il cibo di cui ci nutriamo, che scelgono un lavoro faticoso, che non mi sembrano mica tanto choosy.