Ma che diavolo deve succedere in questo paese perché la politica si occupi di mafia? Preoccupazione, indignazione. Rabbia, esasperazione, disperazione. È difficile dire quale sia il sentimento che prevale nel vedere partiti così tenacemente assenti, così beatamente refrattari ad affrontare un nemico che si è inchiodato, incistato dentro la vita pubblica e proprio non la molla. E la condiziona, e la inquina, e la travolge. Quando il 17 marzo a Genova l’annuale manifestazione nazionale di Libera vide scendere verso il porto, tra centomila persone, cinquecento familiari di vittime di mafia, non c’era un segretario di partito, non c’era un leader politico, di prima o di seconda fila. Né di destra né di sinistra. Lì c’era la storia insanguinata del paese, loro erano altrove. Come a dire che quella storia non gli appartiene. Sono passati mesi. Ed è come allora, come è sempre stato. Nei decenni. Dopo scandali e processi, delitti e stragi, terrore e corruzione.

Quel che succede oggi lo può vedere chiunque. Il paese vive con inquietudine, con una punta di angoscia, gli strascichi della celebre trattativa del ’92-’93, infilatisi come una mina sotto il cuore delle istituzioni. Le cronache giudiziarie e dei giornali ci raccontano di un paese alla mercé delle organizzazioni mafiose. Che molti esponenti politici vivono non come un pericolo mortale, ma come una propria risorsa, utile per carriere e per affari. Voti più potere e magari pure donne, che ormai negli scambi criminali non mancano mai.

Sciolto il Comune di Reggio Calabria, per la prima volta un capoluogo di provincia. Sciolti i Comuni di Bordighera e Ventimiglia, ai confini con la Francia. Un giornalista a rischio e sotto protezione per le sue indagini sui clan a Modena. La Lombardia mangiata a pezzi e venduta al migliore offerente, con la ‘Ndrangheta che avanza nell’edilizia e nei lavori pubblici, nei ristoranti e nella sanità e tratta con gli altri poteri, ormai lobby tra le lobby. Gli intrecci pericolosi, le proprietà transitive, portano in Parlamento come in Finmeccanica, nelle Regioni come nella finanza.

I giudici faticano, le forze dell’ordine pure, e ogni tanto arrivano pure le strambe sentenze della Cassazione (la suprema…) a mandare all’aria le vittorie della legge nei luoghi di trincea, tra i quali ormai si colloca la Lombardia. E qui ci fermiamo, senza nulla andare a ripescare dei momenti che apparvero di guerra aperta con lo Stato. Ci si immaginerebbe che i partiti, davanti al discredito che li circonda, se non altro per un istinto di sopravvivenza, dessero un’occhiata a questo sconcio permanente, ai movimenti di rivolta che scuotono il paese, che riempiono sale e cinema anche nelle sere della nazionale, e decidessero di farsi un lifting. Di darsi una mossa, come si dice.

Macché, proprio non ci riescono. Sembrano posseduti da una misteriosa allergia, da una riluttanza malarica, a schierarsi sulla prima frontiera di un paese civile: quella della legge, del diritto, della libertà. Se pensate che questo sia qualunquismo, prendete i programmi dei partiti del centrosinistra, giusto per limitarci a loro. Frugate nei programmi delle primarie, le famose primarie con le loro regole belle linde, quelle in cui ogni leader dovrebbe dare il meglio di sé. “Le nostre idee”, le carte di intenti, le proposte “per amare l’Italia”, le “prossime Italie”, ecc. Ecco, non troverete nulla. Al massimo sei o sette righe senza nerbo. Nessuna lettura generale della crisi economica o della crisi morale che cerchi di stabilire un ponte con la questione dei poteri criminali. Con la questione che logora il paese, se lo divora dall’interno, nutrendosi di assessori e di parlamentari, che gli toglie onore e credibilità davanti al mondo, che stronca il libero mercato in tante parti della nazione e ci rende ogni giorno più omertosi. Non ci riescono. Mafia, camorra, ‘ndrangheta vengono derubricate a fatto minore, a cianfrusaglia di solaio che ogni tanto, come per capriccio della storia, ti arriva tra i piedi con una carneficina. Spiace osservare questo spettacolo di ignavia.

Come spiace vedere fior di associazioni imprenditoriali tacere su quel che accade al nord come un qualsiasi don Abbondio di campagna. Spiace che chi rappresenta la democrazia parlamentare abbia ormai tanto asciugato la propria intelligenza e il proprio sangue politico. Ma così è. Andate a vedere, andateci subito, mentre leggete le notizie sul rinnovamento che ci verrà da Bersani e D’Alema, andate oggi sui siti e sui programmi prima che li cambino con due o tre invenzioni posticce. E misurate il vuoto immenso.

 E poi dite se provate più preoccupazione o indignazione. O rabbia. O esasperazione o disperazione. Una sola cosa si capisce. Che questo paese è indifeso. Che si dovrà difendere da solo, come un esercito pieno di traditori e abbandonato da ufficiali inetti. Costretto a combattere mentre i generali giocano a canasta. Ma sì, si può fare. Soprattutto si deve fare.

Il Fatto Quotidiano, 20 ottobre 2012