Giuseppe Garibaldi, Giacomo Leopardi, Giuseppe Verdi, Leonardo Da Vinci e il signor Cazzaniga. I 150 anni di storia d’Italia per Silvio Soldini passano simbolicamente da un bel gruppetto di statue parlanti, sorta di politico, e geografico, fil rouge de Il comandante e la cicogna, in anteprima al cinema Capitol di Bologna prima dell’uscita ufficiale del 18 ottobre.

Nono lungometraggio di fiction (sempre che non si voglia aggiungere l’esemplare mediometraggio intimista, Giulia in ottobre, puro intimista Soldini touch, targato 1985), il 52 enne regista milanese ritorna alle atmosfere surreali e cromaticamente brillanti, a quel clima da favola buffa, piena di comici “scivoloni” tipica del filone soldiniano che va da Pane e tulipani ad Agata e la tempesta.

Tant’è che tra l’idraulico Leo (Valerio Mastandrea) che cresce i due figli adolescenti, intrattenendosi la notte con l’apparizione della moglie morta (Claudia Gerini), e un paio di stralunati personaggi come Diana (Alba Rohrwacher), un’artista sognatrice e squattrinata, e un “moralizzatore” urbano e brontolone come Amanzio (Giuseppe Battiston), gli sceneggiatori Doriana Leondeff e Marco Pettenello aggiungono la sarcastica presenza di questa immorale e spavalda attualità del malaffare con il turpe e infingardo avvocato Malaffana (un Luca Zingaretti straordinariamente imparruccato) tutto dedito a truffe, transazioni finanziarie illegali e palpatine assortite.

“Il comandante  e la cicogna nasce dalla voglia di qualcosa di più leggero e ironico dopo due film seri come Giorni e nuvole e Cosa voglio di più”, ha spiegato Soldini, “Poi,  scrivendo  con i mie sceneggiatori, dividevamo la  stessa sensazione di essere immersi  in una melma senza capire come  uscirne. Ci siamo ancora dentro, ma adesso forse c’è uno spiraglio, però  allora la mattina aprivi il giornale e ti tagliava le gambe, ti  toglieva energia, una sensazione brutta. Allora ho cercato di  raccontare la realtà con un po’ di distacco e di mettere nel film tutta  l’energia che mi veniva tolta. Il desiderio è di avvicinarmi alle commedie di una volta, che raccontavano la realtà e la politica con  leggerezza. È il mio film più scoppiettante e più surreale, spero di  comunicare al pubblico un po’ di energia positiva. Malgrado  i mugugni  di Garibaldi”.

Non traggano comunque in inganno i mugugni di sconforto dell’eroe dei due mondi (“detto da me suona brutto, ma quest’Italia la potevo lasciare all’Austria”) perché Il Comandante è la cicogna ha il buon passo di un melting pot linguistico (ligure, milanese, napoletano, veneto, cinese – evviva non ci sono romani) che si confonde all’orecchio, come l’occhio non percepisce bene se gli esterni sono Torino, Milano, Genova o, come in realtà, una miscela di differenti scorci urbani. Cifra forte del film anche un uso antimoderno del digitale, con animazioni quasi a passo uno che ridimensionano un’idea puramente commerciale dell’operazione: “Gli effetti speciali all’americana non ho voluto nasconderli del tutto, Ho inventato un “nuovo” mondo espressivo e narrativo, pieno di elementi surreali che portano comunque alla risata. Una fuga dal reale perché solo in questo mio rifugio di fantasia surreale posso raccontare ciò che osservo attorno a me”.

In sala assieme a Soldini e all’intero cast, un ospite d’eccezione come il regista Giorgio Diritti: “Comincerò a mixare il mio nuovo film ai primi di novembre. A inizio gennaio sarà pronto”. Poi sull’infinita querelle del fare produttivamente cinema in Emilia Romagna, nonostante i travagli e la possibile chiusura anticipata delle giunta regionale: “Io sono sempre qui che aspetto segnali. La mia disponibilità a mettermi in gioco produttivamente l’ho sempre data, ma dalla parte delle istituzioni non c’è riscontro. Noi come Aranciafilm continuiamo a cercare progetti e concretizzarli, come per un paio interessanti che sono quasi pronti per la sala”.