Fumata bianca, finalmente – dopo mesi di annunci, promesse, smentite e rinvii – da Palazzo Chigi, dove il Consiglio dei Ministri è riuscito a varare il tanto atteso Decreto Digitalia, ora ribattezzato Crescitalia bis [n.d.r. Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese].

Trentotto articoli – se il testo definitivo corrisponde effettivamente all’ultimo trapelato – a un buon numero di parole un tempo “moderne” – almeno per le abitudini italiche – come digitale, posta elettronica certificata o informatica e anche qualche decina di milioni di euro da spendere per la diffusione della banda larga.

E’, però, innegabile che il testo del provvedimento appena licenziato dal governo è anni luce lontano anche solo dal rassomigliare a ciò che avrebbe dovuto essere: il codice per l’attuazione dell’agenda digitale italiana.

La lunghissima gestazione del provvedimento – la più lunga nella storia del governo Monti – ha consentito, purtroppo, di partorire solo poche idee e regole davvero innovative, capaci, nel migliore dei casi, di aiutare a scrivere solo un taccuino digitale che ha il sapore del passato e solo il profumo del futuro.

L’agenda digitale della quale il Paese ha bisogno e che l’Unione Europea avrebbe voluto ci affrettassimo a scrivere e realizzare dovrà aspettare ancora.

Tante le ragioni che giustificano un giudizio negativo.

Innanzitutto per essere un decreto legge con alle spalle una gestazione di oltre nove mesi, il provvedimento è davvero troppo programmatico: poche le nuove regole in vigore subito e troppe quelle che necessiteranno di ulteriori provvedimenti di attuazione i cui termini, spesso, sono, peraltro, lunghi ed incerti.

Quasi cinquanta su trentotto articoli i differimenti dell’entrata in vigore e i rinvii ad a provvedimenti di attuazione da adottarsi nei mesi che verranno. Il rischio è che l’ormai imminente avvicendamento a Palazzo Chigi, paralizzi l’attuazione dei propositi contenuti nel decreto ed azzeri così quel poco che se si fosse stati più rapidi ed incisivi si sarebbe potuto fare.

C’è poi un altro elemento di straordinaria debolezza nella roadmap che dovrebbe condurre all’attuazione dell’agenda digitale italiana: non c’è iniziativa, tra quelle disegnate dal governo, che non preveda il coinvolgimento di una pletora di ministeri, enti ed Autorità diversi che dovrebbero – ma è difficile credere che accadrà mai – mettersi, celermente, tutti d’accordo per varare regole e norme di attuazione.

E’ un fattore di inaudita criticità che minaccia, ancora una volta, di paralizzare l’azione di questo Governo – e del futuro – nell’attuazione dell’agenda digitale.

Ecco un esempio tanto per rendere l’idea.

Comma 3, art. 4 in materia di Anagrafe della popolazione residente: “Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’interno, del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, del Ministro delegato per l’innovazione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentito l’Istat e acquisito il parere del Garante per la protezione dei dati personali, sono stabiliti i tempi e le modalità di attuazione delle previsioni di cui ai commi 1 e 2…”.

Sette soggetti diversi per dare attuazione ad un solo provvedimento.

A che sono serviti nove mesi di gestazione ed una cabina di regia per l’agenda digitale multiministeriale se il coordinamento tra le amministrazioni responsabili del processo dovrà avvenire nei mesi che verranno?

E, soprattutto, come è possibile che tra i setti soggetti coinvolti manchi la neonata Agenzia per l’Italia Digitale che dovrebbe avere – nelle intenzioni dello stesso Governo e non di qualcun altro – proprio il ruolo di coordinare progetti di digitalizzazione di questo genere?

Posta elettronica certificata a go-go, domicilio informatico – facoltativo e da utilizzarsi nei soli rapporti tra pa e cittadino e non anche in quelli tra privati – comunicazioni telematiche nel processo, timidi accenni di open data facoltativo [n.d.r. starà alle singole amministrazioni decidere se e come rendere disponibili i dati e le informazioni pubbliche ai fini dell’accesso e del riuso da parte dei privati], poche regole e non molti soldi per la banda larga e, infine, la scommessa su un sistema – quello di promozione e supporto per le c.d. startup innovative – che sembra ispirato a buoni propositi ma costruito secondo regole facilmente hackerabili e a portata di furbi e furbetti poco digitali di quartiere.

Eccezion fatta per le misure sulle start-up – tendenza del momento in Italia ma storia e tradizione consolidata all’estero – tutte le altre iniziative sono già declinate nel nostro Ordinamento, in salse diverse, da oltre un decennio e, per ragioni differenti, non hanno consentito nessun progresso digitale degno di questo nome.

Non è nuova certo l’idea di ricorrere alla posta elettronica certificata antico amore di tutti i ministri dell’Innovazione ed autentica ossessione del Ministro Brunetta, non è nuova l’idea di un domicilio informatico – peraltro ad utilizzo limitato – e men che meno è nuova l’idea che nell’ambito del processo si debbano utilizzare le comunicazioni telematiche giacché la prima disciplina italiana sul processo civile telematico è datata addirittura 2001.

L’impressione, dispiace doverlo rilevare, è che con il Decreto si contrabbandi per futuro quello che è già passato e, peraltro, un passato che non ha, sin qui, consentito neppure di avviare la rivoluzione digitale del Paese.

Se queste sono le migliore idee di politica dell’innovazione del governo dei professori, almeno per il futuro digitale del Paese – ammesso che si possa ancora ambire a viverne uno – è necessario che, con un gesto di responsabilità, gli autori del taccuino digitale italiano, facciano un passo indietro e rinuncino a gestire l’innovazione italiana nel prossimo governo.

Sarebbe un sacrilegio del digitale.