Dall’Europa arriva il no! a quella guerra a bassa intensità nei confronti delle donne (così la definì Sandro Bellassai dell’associazione Maschile Plurale) che conosciamo come femminicidio. Una guerra che non si esprime solo con la violenza sessuale e l’uccisione della vittima ma anche con la violenza psicologica e tutte quelle forme di discriminazione che limitano la libertà delle donne.

Ieri a Strasburgo, finalmente, la ministra Elsa Fornero ha firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, e si è impegnata a farla  ratificare, nel nostro ordinamento, entro la fine della legislatura.

Il documento, che conosciamo come Convenzione di Istanbul, riconosce come grave violazione dei diritti umani ed elemento di discriminazione: la violenza domestica, le violenze sessuali, lo stupro, il matrimonio forzato, i delitti commessi in nome del cosiddetto “onore”, le mutilazioni genitali femminili, che costituiscono “una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze e il principale ostacolo al raggiungimento della parità tra i sessi”.

E’ la prima volta che la violenza domestica nei confronti delle donne viene definita una violazione dei diritti umani, ed è finalmente il riconoscimento che tale violenza è stata strutturale per la subordinazione delle donne agli uomini, e per mantenere una disparità di potere che ha permesso il controllo della libertà delle donne. Una violenza che troppo a lungo è stata commessa e giustificata dalla morale, dalla religione, dai codici d’onore o da leggi discriminatorie e  lesive dei diritti umani delle donne.

Un documento che Titti Carrano, presidente dell’associazione nazionale D.i.re , definisce di grande respiro  per la completa definizione di  violenza di genere che sanziona come atto lesivo dei diritti umani, prevede azioni di contrasto nei confronti di tutte le forme di discriminazione e violenza, prescrive l’istituzione di una raccolta di dati statistici e, cosa importantissima, contempla la concessione dell’asilo politico per le donne vittime di violenza di genere nei loro Paesi.

L’Italia dovrà anche adeguarsi e sostenere in maniera efficace i centri antiviolenza finanziando la nascita di luoghi di accoglienza per donne sul territorio nazionale, che oggi sono distribuiti  in maniera disomogena e non sono sufficienti a rispondere alle richieste di aiuto. Prova ne è che, secondo le direttive europee, l’Italia dovrebbe avere cinquemila posti letto per le donne vittime di violenza ma ne ha solo solo cinquecento.

Oltre ad azioni di contrasto e prevenzione, la Convenzione di Istanbul, detta le azioni per il sostegno e la protezione delle vittime e istituisce una commissione, la Grevio, che dovrà essere composta da dieci membri (cinque donne e cinque uomini) per controllare la corretta applicazione del Trattato nei Paesi che lo hanno ratificato nel loro ordinamento.

La  firma di questo documento offre le lenti che permettono di vedere la violenza alle donne per quello che è, si dovranno adeguare leggi, procedure legali, protocolli di intervento, azioni di contrasto ma soprattutto si dovrà adeguare il nostro linguaggio e pensiero: nessun alibi per chi vorrà nascondere questa grave violazione dei diritti umani come “provocazione”, “onore” , “amore”, “tradizione” o “religione”, sappiamo che ci vorrà ancora del tempo per un profondo cambiamento ma nella lenta rivoluzione delle donne questo è un grande passo avanti.

di Nadia Somma