Berlusconi lancia l’allarme sul discredito della politica; Napolitano denuncia che l’Italia è molto in fondo nelle classifiche internazionali su trasparenza e legalità e che bisogna accelerare sul ddl anticorruzione; Monti ha per la prima volta dato lo stop a chi continua ad opporsi all’approvazione delle misure anticorruzione che l’Europa reclama da anni.

Non c’è bisogno di spiegare che si tratta dell’effetto dell’ultimo e più pittoresco scandalo che ha come protagonista un personaggio da trash “de noantri” e come comprimari un parterre tale da offuscare tutti gli eroi negativi della commedia all’italiana, dai  Mostri di Dino Risi a  Cetto Laqualunque.

Le reazioni non devono essere messe sullo stesso piano, e non possono nemmeno essere assimilati i giudizi su chi li ha pronunciati, ma non si può nemmeno ignorare come suonino ridicole e/o offensive in bocca a Berlusconi ma anche penosamente inadeguate e tardive da parte delle massime cariche dello Stato.

Da un Berlusconi terrorizzato dallo spettro di un possibile election day e affossato da un Fiorito qualsiasi che ha solo pallidamente tentato di riprodurre da Anagni la vita inimitabile di Arcore ci si poteva aspettare qualsiasi uscita, a cui peraltro non fanno più tanto caso nemmeno le sue fedelissime di un tempo, ormai sedotte dalla vis rottamatoria del disinvolto Renzi.

Ma quello che hanno detto il presidente della Repubblica ed il presidente del Consiglio sulla necessità e l’urgenza di contrastare  una corruzione “vergognosa” arrivata oltre qualsiasi livello di guardia andrebbe preso molto sul serio al di là della tempistica e soprattutto valutato sulla base della coerenza con le parole ed i comportamenti.

Giorgio Napolitano non è capo dello Stato da pochi mesi, ma si sta avviando ad una fine del settennato, contraddistinta da un’azione senza precedenti nei confronti di un altro potere dello Stato, lo stranoto conflitto di attribuzioni, originata dai colloqui con un testimone fondatamente timoroso di divenire imputato.  

Il livello della corruzione  con un costo da brivido di circa 60 miliardi all’anno,  dovrebbe essergli stato presente da diverso tempo e pure la nostra posizione poco invidiabile nelle classifiche internazionali (secondo l’Ocse siamo il paese europeo dove è più alta la percezione della corruzione). Così come è notorio il fatto che illegalità diffusa, evasione e  reati contro la P.A. sono una zavorra che affonda l’economia.  

D’altronde essendo un uomo delle istituzioni da decenni, sa molto bene come le risposte della politica a Tangentopoli sono andate nel senso contrario alle esigenze di trasparenza e di controllo dei soldi pubblici che si imponevano da allora.

Infine il presidente della Repubblica, si è ben guardato, fino ad oggi di includere tra le priorità assolute insieme all’anticorruzione, la revisione della prescrizione, plasmata in funzione delle esigenze processuali dell’ex presidente del Consiglio, e l’introduzione di una normativa antiriciclaggio adeguata con la previsione del  reato di autoriciclaggio incredibilmente sconosciuto alla nostra legislazione.  

Invece è stato molto solerte sul fronte delle intercettazioni, che gli sta evidentemente più a cuore, dando un assist formidabile all’ostruzionismo del Pdl al ddl anticorruzione.  Come un mantra ossessivo i capigruppo di Camera e Senato hanno ripetuto fino a ieri che intercettazioni, responsabilità civile dei magistrati e anticorruzione depotenziata, senza il reato di  traffico di influenze e  corruzione tra privati, “viaggiano assieme” e che la Severino era “avvisata”.

Quanto a Monti che non ha ancora molto tempo davanti, dovrebbe aver capito che non può più permettersi con quello che sta succedendo a catena a livello locale e nazionale di subire ricatti sul tema della corruzione ma anche, aggiungerei, riguardo a  costo della politica e  trasparenza dei bilanci dei partiti.

Anche perché adesso è chiaro a tutti, anche ai meno avveduti, che quelli che impongono i diktat e si preoccupano per “il discredito della politica” non sono più riclabili nemmeno nei cinepattoni.