Gli affari sporchi di politici locali che stanno emergendo dalle cronache giudiziarie di questi giorni devono portarci, almeno per quanto mi interessa evidenziare, alla considerazione che vi sono reati che assumono una gravità singolare quando non compiuti (almeno fino a quanto oggi emerso nella vicenda “regione Lazio) da soggetti appartenenti a sodalizi mafiosi. Voglio intendere che dal criminale, sia esso mafioso o comune, ti aspetti certi comportamenti, anche perché se lo hai definito tale vuol dire che qualcuno lo ha condannato a seguito del compimento di azioni illecite. Quando trattasi invece di cittadini insospettabili, nonché di amministratori pubblici (è bene ricordare che i politici non sono per forza tutti delinquenti!), la cosa diventa più preoccupante, ma non tanto per la qualifica assunta dal soggetto che ha agito, quanto per la circostanza che il comportamento di detti soggetti è indubbiamente da definirsi “mafioso”. Perché mafioso è chi disprezza le regole, chi utilizza risorse altrui senza delega, chi si scrive da solo le regole del suo vivere, chi delibera e assume decisioni che ricadono sulla collettività in maniera fraudolenta ed ignobile.

Verrebbe quasi da dire, premettendo in ogni caso che trattasi di provocazione, che almeno i mafiosi hanno, a quanto sembra, dei “codici d’onore”; sono senz’altro più furbi e meno tracotanti. Il loro utilizzo del denaro accumulato illecitamente avviene attraverso le tecniche finanziarie più sofisticate. E prima o poi qualcuno intercetta i denari, le statistiche investigative lo confermano. Figuriamoci allora se dei pivelli assessori o consiglieri regionali potevano spendere in voluttuosità quanto un impiegato medio non spende in una vita, senza che nessuno se ne accorgesse. Oltre che le dimissioni, consiglieremmo a tutti costoro di lavorare per la mafia; forse diventerebbero più intelligenti.