La scelta sembra obbligata: o la padella o la brace. O un Parlamento di “nominati”, con la fauna lombrosiana che sappiamo, o il ritorno alle preferenze, che manderanno in Parlamento mozzorecchi capaci di spendere milioni in festini e voto di scambio (più lombrosiani dei primi, se possibile). Insomma, e per riferirsi agli esemplari “migliori”, un Parlamento di Scilipoti e Minetti o un Parlamento di “er Batman”. Disperante. Così ce la cucinano i politici e il codazzo di esperti e commentatori d’ordinanza che intasa e satura i media. E invece no, in questa faccenda tertium datur, eccome. Si chiama collegio uninominale a due turni, con una piccola variante tecnica che consente di incorporare anche le primarie vincolanti. Al secondo turno non passano i due candidati più votati in assoluto, ma i “campioni” (uno per coalizione) delle due coalizioni più votate. In un collegio, ad esempio, quella che un tempo si chiamava “sinistra” può vedere in lizza Bersani, Vendola, Renzi e Rosy Bindi, l’establishment del privilegio che pudicamente si battezza “centro” offrire la scelta tra Casini, Passera, Montezemolo e la Polverini, anche se la destra è unita sull’immarcescibile Berlusconi, perché non si disperdono i voti, al secondo turno passano i “campioni” delle due coalizioni più votate.

Si otterrebbe così quello che i padroni della politica italiana spergiurano ogni giorno di volere: restituire un significativo potere di scelta agli elettori, visto che le primarie sono da tutti riconosciute come uno strumento che diminuisce la distanza tra cittadino e “Casta”, ed evitare che col proporzionale si apra la strada alla vaghezza pre-elettorale sulle alleanze e alle pastette post-elettorali per formare il governo, perché l’uninominale a due turni ha un micidiale effetto maggioritario.

Se i politici che straparlano da mesi di riforma della legge elettorale fossero in buona fede, perciò, e se il Quirinale che sul tema è passato dagli alti moniti agli ultimatum volesse davvero inchiodarli alla coerenza tra chiacchiere e fatti, la via sarebbe tutta in discesa. Ma il sistema qui accennato ha una ulteriore virtù, che agli occhi dei partiti è vizio imperdonabile: il potere che restituirebbe ai cittadini lo toglierebbe alle nomenklature. Perciò di questa alternativa neppure si parla, come se non esistesse. Una campagna di opinione sulla riforma elettorale non c’è mai stata, per la “tecnicalità” del tema. La sua connessione con la degenerazione cloacale della politica italiana è però sotto gli occhi di tutti. Forse vale forse la pena di provarci, perciò.

Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2012