“Dove vai?”, chiede Tizio.

“Porto pesci”, risponde Caio.

Cosí ha fatto la Rai di fronte alla documentatissima inchiesta realizzata, per Il Fatto, da Carlo Tecce e relativa alla disatrosa situazione delle casse Rai.

L’inchiesta ha documentato in modo esemplare lo stato pre fallimentare della azienda, dimostrando l’inconsistenza dei bilanci approvati dal precedente Consiglio di amministrazione.

Quegli atti erano stati approvati con il solo voto contrario del consigliere Nino Rizzo Nervo, che, anche per questo, decise di dare le dimissioni.

Quei bilanci furono illustrati alla Commissione parlamentare di Vigilanza e consegnati al governo per dimostrare che non esistevano le condizioni per un commissariamento.

Di fronte alla documentatissima denuncia di Tecce ci aspettavamo fuoco e fiamme, minacce e di querele, sfide dietro il convento delle carmelitane, o almeno nei paraggi di viale Mazzini, invece no!

La replica è arrivata sotto forma di un comunicato stampa che ha precisato come la Rai non abbia  intenzione alcuna di assumere provvedimenti contro il potentissimo vice direttore generale Comanducci, “accusato” di aver riscosso un premio assicutativo troppo alto, in seguito ad una caduta dalla bicicletta.

E il resto? Appunto “Porto pesci”.

Perché non hanno smentito il cuore dell’inchiesta?

Delle due l’una o hanno mentito quelli che hanno votato il vecchio bilancio o mentono i nuovi amministratori per drammatizzare e aprire la strada  al ridimensionamento aziendale e magari alla vendita degli impianti di transmissione, una scelta che sarebbe salutata con favore dalle stesse imprese di proprietà di Berlusconi.

Sia come sia le Autorità di garanzia e di controllo non possono fingere di non aver visto e sentito, spetta a loro acquisire i bilanci e le carte e valutare chi e perché avrebbe scritto e dichiarato il falso compromettende gravemente un bene pubblico finanziato anche con il canone pagato da milioni di cittadini.

Se nessuno dovesse decidere di farlo ci toccherà chiedere l’intervento alla magistratura ordinaria, con buona pace di chi disonora la sua funzione pubblica e vorrebbe anche godere della generale complicità ed omertà.