uigi Gubitosi l’ha fatto. Ha aperto i cassetti di viale Mazzini. Comprensibile l’istinto di chiuderli immediatamente, però il 19 settembre dovrà raccontare la scoperta in Consiglio d’amministrazione. Il direttore generale è un tecnico, ma in Rai serve un rianimatore: il bilancio semestrale evidenzia un numero inquietante, meno 105 milioni di euro. E mancano sei mesi, se il calendario non inganna. Il buco può trasformarsi in voragine e poi provocare una valanga che paralizza l’azienda. Perché viale Mazzini si trascina un debito consolidato che sfiora i 400 milioni, colpa di questi ultimi sei anni di gestione imprudente (per dirla con parole dolci).

Non è finita. Perché la situazione ereditata da Lorenza Lei è seminata di trappole. Mine. A volte trovi una voce di incasso anticipata con troppo ottimismo, a volte pagamenti posticipati con troppa leggerezza. E due manovre correttive che inchiodano i canali a una perpetua ripetizione, senza spiccioli per investimenti, senza spazi per rivoluzioni. Con queste abilità contabili, Lorenza Lei riuscì a chiudere l’esercizio 2011 con 4 milioni di attivo. Un nulla per giustificare il disastro, anzi, per sotterrarlo. Forse i cassetti erano due o tre. Perché Gubitosi cammina sul braciere Sipra, la concessionaria pubblicitaria che rivede le stime ogni settimana, e sempre al ribasso.

I vertici, ora rimossi, pensavano di rastrellare circa 940 milioni di euro, ma sarà un tripudio raggiungere quota 815. Ennesima botta per le casse bucherellate di viale Mazzini, più snelle senza questi 125 milioni sfumati durante la stagione televisiva. Per evitare intromissioni politiche e fallimenti non più tollerabili, Gubitosi si è nominato presidente di Sipra. E sempre nel satellite pubblicitario si è rintanata Lorenza Lei che, oltre al trasferimento a Milano, non dovrà comandare niente, se non i nuovi arredi per l’ufficio: il suo è un incarico finto. Il direttore generale sta cercando un agente di livello internazionale, qualcuno che convinca gli inserzionisti a dirottare le pro-mozioni sui canali Rai. Ci vorrà tempo. Ma la malattia richiede cure veloci.

Il primo intervento è un classico del genere: i tagli, non sul prodotto. Sarà la macchina a perdere pezzi. Meno telecamere in giro, meno giornalisti, meno appalti. Gubitosi la chiama revisione di spesa, va tanto di moda negli ambienti tecnici. E poi il cambio storico: addio, l’elefantiaca sede di viale Mazzini sarà in vendita. I corridoi sono cadenti, le stanze ammuffite e il pachiderma nasconde l’amianto: bonificare e rifare il palazzo non vale la candela, è un gioco rischioso per un’azienda esamine. Non subito, però prima di terminare il mandato (2015), Gubitosi vuole trasferire il cavallo, e tutta la Rai diplomatica. Dove? A Saxa Rubra, patria di redazioni e telegiornali. Oppure altrove. Ma quel palazzo è destinato a cambiare proprietario e, soprattutto, aspetto. Gubitosi non deve rimuovere soltanto le strutture dannose, ma vuole sostituire gli uomini di potere. E Gianfranco Comanducci, vicedirettore generale di stretta osservanza berlusconiana, è il primo indiziato. Comanducci è sottoposto a un’indagine interna, per sua stessa volontà. L’organismo deve verificare la correttezza del suo operato (si occupa di servizi e commesse) e chiarire il maxi risarcimento di 500mila euro per un infortunio in bici. Il dirigente andrà in pensione tra un anno e mezzo. L’uscita anticipata ha un costo che Gubitosi salderebbe con entusiasmo.

Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2012