Se dovessimo sintetizzare le proposte energetiche del governo, promosse dal Ministro Passera, potremmo dire “avanti tutta nell’estrazione di petrolio e gas, e avanti anche sulle rinnovabili, ma senza adeguati strumenti di promozione: in pratica rallentiamo sulle rinnovabili che, a detta del governo, costano “troppo”. Una posizione simile, ma perlomeno esplicitata con più chiarezza, la si può leggere nel programma di Mitt Romney nel quale la parola “cambiamenti climatici” è citata una sola volta e solo per sminuirne la portata. Al contrario del programma di Obama che la cita 18 volte, e con preoccupazione (anche se bisogna ricordare che, finora, il bilancio dell’amministrazione USA sul tema clima è stato assai deludente).

Non sappiamo cosa pensi Passera dei cambiamenti climatici, ma – almeno a parole – la bozza di Strategia Energetica Nazionale (SEN) condivide gli obiettivi energetici della Roadmap dell’Unione Europea che, per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra, prevede al 2050 una quota di energia da rinnovabili dell’80%. Quale ruolo può giocare l’Italia in questa sfida che – per essere vinta – muoverà ingenti investimenti? Leggendo la SEN, non è chiaro come realizzare il posizionamento previsto per le rinnovabili, mentre è abbastanza più evidente la strategia di aumentare la produzione di petrolio e gas (per ridurre la dipendenza dall’estero) e, di conseguenza, la maggiore libertà di trivellare anche a mare (dove, comunque, le risorse sono esigue).

Infatti, tutto il petrolio estraibile trivellando a mare – dal Canale di Sicilia al Gargano – è dell’ordine di 10 milioni di tonnellate circa. Sembra tanto, ma il consumo in Italia è oggi di 77 milioni di tonnellate all’anno. Dunque meno di due mesi di consumo: il gioco vale la candela? Secondo Greenpeace e 56 mila cittadini, oltre a una cinquantina di sindaci siciliani, esponenti del governo regionale, associazioni della pesca e del turismo che hanno sostenuto la campagna “No-trivelle” la risposta è semplice: no.

Se il tema della riduzione della dipendenza dall’estero è comprensibile, vale la pena di ragionare su cosa questo significhi in soldoni. La stessa bozza SEN, infatti, ricorda come le risorse petrolifere e di gas presenti in Italia – prevalentemente nel sottosuolo a terra, in misura marginale sotto il mare – potrebbero soddisfare l’intera domanda interna per cinque anni, non di più. L’idea di muovere investimenti significativi per estrarre l’ultimo petrolio e l’ultimo gas rimasto nel sottosuolo italico, ha qualcosa di tragicomico. Il declino di queste risorse è ineluttabile, e sarà assai più rapido in Italia che altrove.

Mentre si mette l’accento sulla produzione di petrolio e gas, la strategia sulle rinnovabili e sull’efficienza è vaga. Come abbiamo detto, i numeri appaiono più avanzati che in passato: il 38% dell’elettricità sarà verde al 2020, ma non è chiaro come si potranno raggiungere questi obiettivi. Il settore delle rinnovabili è oggi al collasso grazie alla “frenata” imposta dal Governo Monti. Se nel 2010 il settore delle rinnovabili valeva lo 0,5% del PIL, e se oggi si lamenta una flessione del 2,6%, certo il progressivo blocco del settore delle rinnovabili ha dato un contributo negativo alla crisi, contribuendo a una quota di questa flessione. Forse la verità è che la “frenata” sulle rinnovabili serve anche a riportare sotto il controllo dei grandi gruppi un settore nel quale sono entrati tanti piccoli produttori in un mercato essenzialmente oligopolistico. È questo l’obiettivo?

Un altro aspetto dello scenario proposto dalla SEN è la sostanziale stabilità della produzione di elettricità da carbone. Dunque: niente Porto Tolle, né Rossano Calabro, né Saline Joniche e raddoppio di Vado Ligure? L’aumento previsto della produzione da rinnovabili – che diventerebbero la prima fonte – va dunque a discapito in parte della produzione da gas naturale e in parte delle importazioni dall’estero. Se, invece, l’aumento delle rinnovabili andasse in parte a dimezzare la produzione di elettricità da carbone, come chiesto da Greenpeace, si taglierebbero almeno altri 10 milioni di tonnellate di CO2 e si eviterebbero circa 250 morti all’anno.

In conclusione, invece di continuare a investire ingenti risorse per l’estrazione petrolifera e di gas è necessario spostare questi investimenti per portare efficienza e rinnovabili al centro del sistema industriale dell’energia. D’accordo che quella che circola è ancora una bozza e forse verrà modificata, ma il segnale sulle rinnovabili che propone è negativo. Non bastano, infatti, i numeri scritti sulla carta, ma servono adeguati strumenti e misure concrete. Questo per il bene dell’ambiente, per un’industria e un’occupazione che guardi al futuro, e non al secolo scorso come fa il Ministro Passera.

Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia