Due recenti vicende all’attenzione della cronaca – quella relativa alla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani per aver impedito la diagnosi prima dell’impianto degli embrioni  e quella relativa all’uso terapeutico delle staminali autorizzato da un tribunale italiano per curare una bambina – richiamano il tema dei confini e dell’ambito dei diritti dell’Uomo (oltre alla quaestio del peso enorme che viene scaricato sui giudici, in assenza di legislazioni ad hoc).

Appare invero assurdo, nell’epoca della globalizzazione, che un essere umano possa godere dei propri diritti fondamentali in modo così diverso semplicemente attraversando un confine (a seconda, cioè, delle singole e diverse legislazioni nazionali). 

Vuoi morire prima che una malattia devastante ti riduca ad uno stato vegetativo? Trasferisciti in Svizzera e lo potrai fare. Vuoi sposare il tuo partner dello stesso sesso, magari  il tuo compagno di sempre che si vedrebbe altrimenti privato di pensione di reversibilità o di parte dell’eredità? Puoi andare in Olanda, in Spagna e molti altri Paesi ancora. Vuoi fare una fecondazione eterologa? Si può scegliere tra Gran Bretagna e Spagna. E così via.

Oltre al fatto che, in questo modo, i diritti vengono di  fatto riconosciuti solo a chi ha la disponibilità economica per poter recarsi e goderne all’estero – scatenando inevitabilmente un vero e proprio fenomeno di  turismo dei diritti –  è evidente che si crea, in un contesto che non ha più confini (monetari, economici, finanziari, imprenditoriali, professionali, lavorativi, ecc.) una disparità di posizioni giuridiche che sarà sempre più difficile accettare per noi “cittadini del mondo”.

E, del resto, una ben magra soddisfazione avrà quella coppia che, dopo essere stata costretta a subire un aborto perché la legge italiana non gli consente la diagnosi preimpianto, ha visto accolte le proprie ragioni della Corte Europea di Strasburgo. Ed allora, perché non cominciare seriamente a pensare ad un Europa di diritti fondamentali realmente uniformi – cui peraltro le parti aderenti (tra questi moltissimi Stati europei) si sono già in qualche modo vincolate ratificando la convenzione di Roma sui Diritti dell’Uomo – evitando di redigere testi  normativi palesemente destinati ad una inevitabile censura, ma utili a gratificare  una parte dell’elettorato a cui non si intende rinunciare? Perché, ad esempio, non recepire sistematicamente, trasformandole in regole di carattere generale, le decisioni dei Giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo?

Possono davvero i diritti fondamentali dell’Uomo essere ancora oggetto di scambi e logiche interne di maggioranza politica?