Il piano per la crescita approvato dal Consiglio dei ministri elenca una lunga serie di argomenti, per lo più condivisibili. Non bisogna però aspettarsi risultati immediati, perché la ripresa dipende dalla congiuntura internazionale, che per il momento non dà segni di miglioramento. E un governo in carica per ancora pochi mesi, non può che limitarsi a indicare alcune priorità. Ecco quali riforme strutturali potrebbero rimuovere i vincoli che fanno dell’Italia un ambiente poco attrattivo per gli investitori di qualsiasi nazionalità.

di Fabio Schivardi* (fonte: lavoce.info)

Il governo Monti ha messo la crescita al centro della sua agenda di politica economica. Per sottolinearlo, è stato dato grande risalto al “seminario” tenuto fra i ministri su questi temi. Il materiale reso pubblico, in particolare la relazione di sintesi, elenca una lunga serie di argomenti, per lo più condivisibili. C’è tuttavia un equivoco di fondo che è bene chiarire. Le riforme strutturali sono fondamentali per aumentare il potenziale di crescita di lungo periodo, ma non sono il fattore che  porrà fine alla recessione.

La questione congiuntura

Il quadro congiunturale internazionale non migliora, anzi ci sono segnali di deterioramento. È una situazione che verrebbe normalmente affrontata con il sostegno alla domanda. Purtroppo, anni di politiche di bilancio dissennate hanno completamente escluso la possibilità di ricorrere a interventi espansivi di carattere fiscale. Il governo si concentra giustamente sulle politiche di offerta, con le fatidiche riforme strutturali. È la scelta giusta, ancorché forzata. Il Paese non cresce da quasi vent’anni. Solo riforme strutturali serie ci permetteranno di agganciare la ripresa quando questa si materializzerà nel resto del mondo. In più, un programma credibile di riforme strutturali può avere risultati immediati riducendo gli spread sul debito pubblico, con effetti positivi sui bilanci bancari e sulla disponibilità di credito per le nostre imprese. Ma è dannoso suggerire che possano essere il motore che farà ripartire il ciclo. La fine della crisi dipende in gran parte dalla congiuntura internazionale ed è al di fuori del controllo del governo. È bene che anche i politici, sempre in pressing per stimoli immediati alla crescita, lo tengano presente. Le imprese italiane hanno dimostrato una forte capacità di resistenza a una crisi lunga e profonda. Ma, come sostenuto da Andrea Guerra in un’intervista alla Stampa del 2 luglio scorso (che consiglio a chiunque si occupi di competitività delle imprese), “Meglio questo [sapere che la congiuntura rimarrà debole nei prossimi dodici mesi] dell’incertezza e delle illusioni: se sai che le cose non miglioreranno a breve, allora sei costretto a cambiare pelle, a provare a pensare diverso”.

La lista delle priorità

Nel merito dei contenuti, il documento del governo è inevitabilmente molto ecumenico, con una lista lunga di propositi, in alcuni casi così generici da essere non informativi (ad esempio, il non meglio precisato “disegno di legge che valorizzi il merito”). Non vi sono dettagli operativi e quindi è impossibile formulare un giudizio di merito. Si può solo ragionare sulle priorità, compito fondamentale del presidente del Consiglio nei pochi mesi restati della legislatura. Un segnale del fatto che Mario Monti è ben presente è che non c’è nessun riferimento alla defiscalizzazione dell’Iva sulle opere pubbliche, di cui si era discusso nei giorni precedenti. Un provvedimento di cui non si vede la logica: si tratta di una forma indiretta di finanziamento pubblico. Di giochi delle tre carte con la finanza pubblica ne sono stati fatti tanti in passato, con i risultati sotto gli occhi di tutti.
Per quel che riguarda le politiche per la competitività, non emergono idee particolarmente innovative. Molta attenzione è stata prestata, al solito, al problema delle start up, con propositi di riduzione delle tasse (l’impresa a un euro) e del carico burocratico (il sempreverde sportello unico). La riduzione dei costi di start up è utile. Ma come ho sostenuto più volte, il problema principale della demografie delle imprese italiane non è la natalità – di imprese ne nascono molte – ma la scarsa propensione a crescere. Da questo punto di vista, si nominano incentivi per il venture capital (un mercato che sarebbe importantissimo sviluppare) e il disegno di legge annuale per le Pmi, senza ulteriori dettagli. Molta enfasi è data agli investimenti diretti esteri, per attrarrei i quali si fa cenno a incentivi. Non è la strada giusta. La scarsità di IDE è un indicatore di un ambiente poco favorevole all’attività d’impresa. Le riforme strutturali devono rimuovere questi vincoli, rendendo l’ambiente più attrattivo per gli investitori in generale, qualunque sia il loro passaporto. Da questo punto di vista, sceglierei tre priorità.
a) Migliorare l’efficienza del sistema giudiziario. Alcuni provvedimenti del governo vanno in questa direzione (come l’accorpamento dei piccoli tribunali e il tribunale delle imprese), ma è difficile che portino a una drastica riduzione della durata dei processi. Viene da chiedersi se non si potrebbe intraprendere una riforma più ambiziosa del processo civile.
b) Ridurre la burocrazia e le incertezze procedurali, rendere la macchina dello Stato più efficiente. Anche da questo punto di vista molti progetti sono stati messi in cantiere, ma la riforma del settore pubblico è solo all’inizio. Bene l’intenzione di equiparare la legislazione del diritto del lavoro fra lavoratori pubblici e privati. Importante insistere sul merito e sulla valutazione.
c) Ridurre il carico fiscale in generale, sul lavoro in particolare. Per far ciò, la strada maestra passa per la riduzione della spesa pubblica, su cui il governo deve intensificare gli sforzi. Ma si deve anche insistere sulla riforma del sistema tributario, riducendo le distorsioni a parità di gettito. L’obiettivo di scongiurare l’aumento dell’Iva dell’agosto 2013 è un ottimo strumento per tenere a bada i fautori della spesa. Di per sé, però, sarebbe più utile ridurre il cuneo fiscale sul lavoro per migliorare la competitività delle nostre imprese. Tagli significativi di spesa potrebbero permettere di raggiungere entrambi gli obiettivi. 

*Fabio Schivardi è professore straordinario di Economia Politica presso l’Università di Cagliari. Si interessa di economia industriale e del lavoro, focalizzandosi in particolare su produttività e demografia d’impresa. I suoi lavori recenti considerano gli effetti della struttura dimensionale e proprietaria sulla performance delle imprese. Ha lavorato al Servizio Studi della Banca d’Italia dal 1998 al 2006, dove è stato responsabile dell’Ufficio Analisi Settoriali e Territoriali dal 2004. Ha conseguito il Ph.D. in Economia presso la Stanford University e la laurea e il dottorato presso l’Università Bocconi. È fellowdell’Einaudi Institute of Economics and Finance (EIEF),  del CEPR, del Centro Ricerche Economiche Nord Sud (CRENoS) e del BRIK. Fa parte del comitato scientifico dell’Osservatorio sulle piccole e medie imprese. I suoi saggi sono stati pubblicati su riviste internazionali e nazionali.