In questo caldo agosto sto leggendo “Destinazione Santiago”, un libro a metà tra il racconto di viaggio – l’autore ha percorso per la prima volta l’intero cammino da Roncisvalle a Santiago de Compostela nel 2001, 783 km zaino in spalla in 23 giorni – e la ricostruzione storica di un pellegrinaggio religioso che affonda le proprie radici prima ancora dell’anno Mille. Il primo viandante di cui abbiamo notizia su questo cammino è Godescalco di Le Puy: era l’anno 951.

Da allora gli undici diversi cammini che giungono a Santiago de Compostela sono stati percorsi da un numero incalcolabile di persone: pellegrini, viaggiatori, religiosi, mistici o semplici turisti, a piedi, in bicicletta, a cavallo, in auto e in autobus. Ognuno l’ha percorso a modo proprio, una o più volte, ispirato dalle motivazioni più diverse, dalla ricerca della fede all’evasione di una vacanza.

Non so quale sarà la motivazione con cui lo percorrerò io, spero di poterla raccontare presto.

L’autore, Sandro Lusini, racconta che il libro* è nato camminando, nei momenti di solitudine e di silenzio, percorrendo monti e colli, pianure e altopiani deserti, minuscoli borghi e grandi città, camminando per antiche strade romane e moderne via, sentieri e viottoli di ogni genere… e che la vera meta di questo viaggio non è Santiago, splendida città della Galizia, non è la venerazione di una tomba davanti all’immensità dell’Oceano, ma la meta è il camminare, l’andare, l’incontro con se stessi, la condivisione della fatica e della scoperta, ma anche dei posti dove dormire e lavarsi, del cibo e dell’acqua.

Ritrovo tra le pagine di questo libro il pensiero che tutti i veri viaggiatori condividono: il viaggio stesso è la meta. Ciò che spinge da sempre l’uomo a mettersi sulla strada è il valore iniziatico che ha il partire.

Il viaggio è un percorso per scoprire o per ritrovare noi stessi, per superare i nostri limiti e metterci alla prova, non è solo una serie di luoghi su una mappa accanto ai quali fare una X. Viaggiare è costruire la nostra identità attraverso il contatto con gli altri, con chi è diverso da noi. Viaggiare è recuperare la nostra interiorità e rimetterci in ascolto dei nostri veri bisogni.

Chi di noi non si è sentito rinato dopo un viaggio, libero, rigenerato, pieno di buoni propositi e di nuove idee? E’ molto difficile  riuscire a conservare a lungo questa energia e questa positività, l’unica soluzione sembra sia rimettersi presto sulla strada.

E se invece iniziassimo a porre le basi per un cambiamento duraturo, sperimentando stili di vita alternativi… mobili, nomadi, non legati e dipendenti da un solo luogo? Come cambierebbe la nostra vita?

di Marta Coccoluto

*Il ricavato della vendita è devoluto dall’autore per la realizzazione di un padiglione pediatrico dell’ospedale di Bam in Burkina Faso (Africa).