Sono sempre stato uno strenuo sostenitore di questa che è poi una grande verità: “le energie rinnovabili spesso non sono pulite”.

So già che tale affermazione scatenerà i miei numerosi detrattori che sosterranno che allora io sarei favorevole al carbone o al petrolio. Al nucleare, almeno quello, no, non ditelo. Chi mi conosce in realtà sa che sono favorevole invece al risparmio e ad una decisa inversione di rotta della nostra società.

Ma torniamo alle energie rinnovabili: acqua, sole, vento, per limitarci alle principali. Quella che mi ha sempre intrigato di più è l’acqua. Sarà perché da sempre sono attratto dall’acqua che scorre libera, che non viene imbrigliata, ma l’energia idroelettrica ha sempre esercitato su di me un’attrazione particolare: in negativo. Anni fa dedicai ai paesi sommersi dai grandi impianti idroelettrici sulle nostre montagne un articolo per la rivista ALP. Andai sul posto ad intervistare le persone che ancora ricordavano come furono realizzati i grandi invasi. Ricordo solo che per innalzare lo sbarramento di Castello, in Val Varaita, in Piemonte, non furono neppure portati via i morti dal cimitero della frazione che venne sommersa. Ma in nome dello sviluppo tanti borghi furono cancellati dalla carta geografica, come quel Beauregard, il quale dà il bellissimo nome all’omonima diga, in Val d’Aosta, che, purtroppo (“ahi, ci siamo sbagliati…”) non produce che una minima parte dell’energia che dovrebbe produrre, perché se fosse riempita per intero, la tragedia del Vajont potrebbe essere ricordata come una sciocchezzuola. Era l’energia che muoveva il dio sviluppo.

Ma allora, per quanto tragicamente, le cose si facevano relativamente in piccolo, oggi i disastri si chiamano Assuan, Tre Gole, e le enne dighe realizzate in quel paradiso in terra chiamato Amazzonia. Molte volute da quel presidente di “sinistra” che si chiamava Lula, che ha applicato la stessa tecnica colonizzatrice che applicava il Portogallo, nei confronti di ciò che oggi resta delle minoranze indigene. Una diga per tutte: quella di Belo Monte (ma accidenti perché le dighe hanno spesso nomi così belli?), sul fiume Xingu. Che, quando realizzata, sarebbe la terza diga al mondo a pompare energia per  ingrandire il PIL della nazione, che quest’anno è diventata la sesta potenza al mondo superando la Gran Bretagna. Ma gli Indios del bacino dello Xingu giustamente se ne strafregano del PIL brasiliano, per loro i brasiliani sono solo degli sfruttatori che abbattono alberi per creare pascoli, o per costruire strade, che inquinano i fiumi col mercurio per ricavare oro, e che costruiscono dighe. E gli indios contro la diga di Belo Monte da anni combattono una eroica battaglia che ora ha finalmente avuto un riconoscimento. Il 14 agosto un giudice super partes ha disposto il blocco del cantiere perché la diga verrebbe realizzata “senza una consultazione preventiva degli indios, che devono comunque dare il loro parere su opere infrastrutturali che interessano i loro territori e senza una valutazione di impatto ambientale preventiva”.

Chissà, forse la diga di Belo Monte non si fermerà per questo, forse sul mappamondo fra qualche anno comparirà un nuovo lago. Può darsi, ma per ora, almeno, lasciatemi sognare.