Il 9 agosto 2012 porta con sè la sensazione che le cose peggiori in economia accadano in agosto (è accaduto l’anno scorso, potrebbe accadere quest’anno) e due notizie dentro cui muoversi.

a. BCE: “Imprese italiane a rischio insolvenza”

b. Fornero: “Sarà un autunno caldo. Rivalutare la dignità della classe operaia”  

Ci sarebbero tutti i presupposti per un ‘autunno caldo’, una stagione di proteste, mobilitazioni, rivendicazioni non necessariamente pacifiche. La crisi morde e morde tutti. In alcuni casi ha già mostrato il conto e lo ha fatto in modo drammatico. Nessun italiano, a parte i super-ricchi, può sentirsi esonerato dall’apparizione, nella propria vita, di un sentimento invasivo di preoccupazione e incertezza.

La storia recente del nostro Paese però ci dice che anche in presenza di condizioni potenzialmente favorevoli alla nascita più o meno spontanea di manifestazioni collettive e di piazza, non c’è stata una reazione conseguente.

Il dato differenziale Italia-Spagna in questo caso è piuttosto clamoroso. In Spagna ci sono stati gli Indignados (al momento sconfitti politicamente, se pensiamo che l’unico dato nuovo dalla loro nascita è la vittoria netta di Rajoy e il rapido peggioramento della situazione economico-finanziaria del loro Paese: dati di certo non imputabili ai manifestanti ma che la dicono lunga sull’efficacia, per il momento, del movimento), c’è stata la protesta dei minatori e in generale c’è una tensione popolare costante nel tempo.

In Italia non c’è niente di tutto questo. È passato quasi un anno dalla drammatica manifestazione del 15 ottobre a Roma, da allora nulla è cambiato sul fronte delle proteste e, anzi, tutto sembra essere finito. Come se in Italia non ci fosse più indignazione, come se non ci fossero più buone ragioni per rivendicare diritti, prospettive di futuro, certezze.

Perché in Italia non ci si mobilità (più)? Una risposta a questa domanda potrebbe essere rintracciata in un’altra notizia di ieri. 

c. Napolitano: “Ho sollecitato le riforme, ma non ho trovato riscontri”

Se l’uomo universalmente riconosciuto come il più potente d’Italia (al momento), regista dell’operazione-Monti, baluardo della Costituzione, vero rappresentante del nostro Paese con i capi di Stato del mondo soprattutto a cavallo tra la fine del governo Berlusconi e l’inizio del governo tecnico, parla al Parlamento ed è inascoltato, le alternative sono due: o Napolitano non è affatto così potente come ci raccontano, e ne dubito, o piuttosto rivolgersi alla politica è diventato un esercizio inutile per tutti.

L’atteggiamento degli italiani non è a mio avviso di semplice sfiducia o disillusione, quanto piuttosto di lucido pragmatismo: protestare, semplicemente, non è servito quasi mai in questi anni, dunque è inutile insistere.

Temo che gli italiani abbiano perso la speranza che mobilitandosi si possa raggiungere qualsiasi obiettivo, di conseguenza in questa fase sono più impegnati a cercare notizie e fatti che delegittimino l’attuale classe politica, aspettando di poterla cambiare alla prima occasione utile. E in questo senso, a dimostrazione del fatto che il rapporto tra eletti ed elettori non sia mai stato così conflittuale come in questa fase, c’è un altro articolo da leggere:

d. I partiti e le promesse (mai rispettate) sui tempi delle riforme 

Pietro Nenni, nel 1948, descriveva in modo fin troppo profetico alcune tendenze della sinistra della Seconda Repubblica: “Piazze piene, urne vuote“. Se si votasse domani ci sarebbe il rischio di conoscere un’involuzione piuttosto preoccupante: “Piazze vuote, urne vuote”. La sfiducia sarebbe così forte da incidere sia sulla poca mobilitazione sia sulla convinzione nel fatto che, votando, le cose possano cambiare davvero. 

L’auspicio è che, dando per scontato che con l’attuale classe politica ci sia poco da dibattere (non fosse altro perché siamo a fine legislatura), gli italiani colgano la prossima occasione utile, con qualsiasi legge elettorale, per votare chi poi renderà più sensato mobilitarsi per il bene comune e dunque, paradossalmente, votare per politici che ci facciano tornare ad avere il gusto per la mobilitazione.

Chissà che con le prossime politiche non si verifichi il rovesciamento della profezia di Nenni: “Piazze vuote, urne piene”.