Oggi mi avventuro in uno di quegli argomenti che solleticano la suscettibilità di molti. Ma non ho intenti provocatori: solo penso di poter offrire spunti di riflessione. Scriverò cose un po’ a caso, le prime che mi verranno in mente al riguardo. (E sarò lunghetto… La prossima volta proverò a non esserlo, giuro)

Partiamo da qua: si dice che se i dischi costassero meno la gente ne comprerebbe di più. Credo sia illusorio e falso. Perché, se una cosa è gratis, anche a spendere 10 euro per avere un cd nuovo di zecca si resisterebbe poco. Troppo anche 10 euro? Bah. Io penso che neanche 20 siano troppe. Provate a trovarmi un solo oggetto o attività che alla stessa cifra rappresenti un investimento di analogo valore di ricompensa nel tempo: una pizza con gli amici? Una ricarica telefonica? Una t-shirt comprata al mercato? Due biglietti del cinema? No: un disco che abbiamo amato lo abbiamo ascoltato centinaia di volte, al costo di sole venti euro. Neanche un libro dona così tanto in termini di emozioni rinnovate.

Non credo di dover andare oltre, se non sostenendo che, se l’opportunità di avere gratis la musica non esistesse ancora, il problema non si porrebbe. Semplicemente la musica ha subìto questo attacco del progresso (che sicuramente la porterà in qualche luogo appropriato e di nuova concezione, come è stato per tutte le innovazioni dell’affascinante percorso della umanità, ma che per ora la danneggia), e in conseguenza di ciò ha perso carisma. Certo, non morrà, e ci sarà sempre qualcuno che la suonerà. Ma io sono un musicista che con essa ci vive, e parlo da questo tipo di punto di vista, rispettabile.

Prego i miei lettori di tenere a mente, nel proseguire, il precedente capoverso: per non dimenticare il valore inestimabile che ha (aveva) la nostra amata musica.

Si dice altresì che ora si può ascoltare tutto prima di decidere cosa acquistare veramente. Credo sia ancora più falso: le nuove generazioni stanno semplicemente approdando all’ascolto di musica presa dalla rete, quantificando ciò che possiedono non in numero di dischi come facevamo “noi”, ma in ore di musica accumulata su i-pod e affini. Si è perso il senso della collezione di canzoni e delle loro successione nelle scalette dell’opera, si è perso il senso delle note di copertina, si è persa la conoscenza dei titoli delle canzoni stesse.

I Radiohead tentarono una mossa di stampo prettamente imprenditoriale decidendo di by-passare le case discografiche e sottoponendo la gente a un acquisto responsabilizzato di un loro disco (In rainbows). L’esperimento a quanto ne so non è stato ripetuto: la gente non ha sostanzialmente pagato, e la convenienza a ri-tentare l’esperimento non era più consigliabile (ognuno può dare la qualifica che preferisce all’esperimento, in un range dal paraculo al benefattore). Questa mossa peraltro fece arrabbiare vari colleghi (ricordo un’acida dichiarazione di Kim Gordon dei Sonic Youth) perché non tutti potevano permettersi una cosa di questo tipo, definita sostanzialmente arrogante. Ma, non sottovalutiamolo, fu una mossa geniale dal punto di vista promozionale, se si pensa che  riuscirono a ottenere, gratis, di far parlare di loro tutto il mondo. I Radiohead, oltre a essere dei musicisti incredibili, sono evidentemente degli imprenditori smaliziati, e per anni sono riusciti a essere “alla moda” anche per gente che di musica si intende assai poco. Sono cioè popolari facendo pezzi piuttosto difficili. Il che è fantastico.

(Per amore di precisione: quasi nessun altro gruppo al mondo potrebbe beneficiare, a parità di esperimento, di altrettanta promozione gratuita)

Se uno ha l’opportunità di ascoltare musica gratis, e soprattutto se ha tendenze melomani, è destinato a determinare l’affossamento della musica che ama: la sua bulimia e la sua smania di tornare nei suoi luoghi virtuali di frequentazione con la sbruffonata: “Ho ascoltato anche questi!!!”, lo conduce verso il non-ascolto di nulla per poter dire di conoscere tutto, perché gli saranno sufficienti alcune manciate di secondi qua e là per farsi un giudizio sommario e approssimativo da esibire. Quando i dischi uno li comprava, per il semplice fatto di aver speso dei soldi si metteva d’impegno a cercare di giustificare il suo acquisto, e così facendo ascoltava almeno una decina di volte il disco in questione. Ovvero ascoltava musica. E se poi proprio non gli piaceva… si rassegnava.

Sul lato opposto di una ipotetica scala di ascoltatori vi stanno coloro a cui della musica frega quasi niente. Paradossalmente sono quelli che ancora la comprano, per inerzia consumistica, trovandosi i dischi commerciali sotto il naso quando, ad esempio, pagano il caffè alla cassa dell’autogrill dove si trovano di passaggio. Lì non troverete mai i gruppi che più amate (a meno che non amiate Baglioni, Ramazzotti, Pausini eccetera), perché li troverete solo nei negozi di dischi. Che però si stanno estinguendo. Quindi fra un po’ non li troverete più.

Ecco perché le case discografiche, in estinzione anche loro, non possono far altro che concentrarsi sugli unici prodotti che ancora alimentano una fioca speranza di potenziale di business (parola ormai quasi patetica in questo ambito). Nella mia carriera ho conosciuto tanti discografici amanti della musica che amiamo anche “noi”, e il loro dispiacere per non poter fare ormai quasi più nulla per essa è reale. (Uh, quale tasto pericoloso ho toccato… Conosco già le reazioni, e sono piuttosto in disaccordo a priori)

Se tutti i gruppi lamentano cali progressivi di vendita dei dischi in proporzione ai loro standard precedenti (che implicano costi di struttura corrispondenti: se il pubblico di una certa proposta commerciale è abituato a certe produzioni lussurreggianti, soddisfare i sempre meno numerosi acquirenti rimasti, assuefatti a certi standard, diventa economicamente insostenibile), questi tutti, si dice, si potranno rivalere sui concerti. Ma la cosa, ahimè, è errata: se tutti hanno bisogno di suonare di più dal vivo, il problema si sposta a valle, perché l’offerta di concerti che ne deriva è superiore a qualsiasi tipo di domanda possibile (bisognerebbe che tutte le persone amanti di musica andassero ogni giorno e sera della settimana, domeniche e lunedì inclusi, a supportare i gruppi in concerto; e non basterebbe comunque). D’altronde vale il discorso fatto sopra: se il tuo pubblico è abituato a vederti con luci, scenografia e audio di un certo tipo, a ogni centinaia di persone in meno che vengono a vederti certi costi si fanno sempre più ingiustificati (pensate ai tecnici che lavorano: avete mai notato che per una produzione tipo, che ne so, quella di Madonna i tecnici al seguito sono centinaia? Un po’ come quando scorrono i titoli di coda di un film – che quasi nessuno guarda – e si scopre la marea di gente che vi ha lavorato… E via via a discendere, ciascuno a seconda del suo pubblico con le sue abitudini e le sue esigenze)

Mi fermo qua, anche se potrei andare avanti per ore…

La sera che scrissi la canzone qua sotto ero invaso dalle miserie di queste sensazioni, e mi chiedevo che senso ha, al giorno d’oggi, a queste condizioni, dedicare i propri massimi sforzi per concepire musica non commerciale (ore e ore di creatività, ore e ore di sala prove, ore e ore di studio di registrazione) che sempre più è destinata a una fruizione affrettata e gratuita, e pensavo ai ragazzotti (ma non solo) che ti pigliano per i fondelli nei loro ricoveri virtuali con la tipica galanteria da rete dopo averti ascoltato insieme a decine di altre cose, nell’arco di poche manciate di secondi in streaming distratto e prevenuto. Ovvero pensavo alla rassegnazione del dover lavorare gratis (il danno) subendo insolenze e ironie (la beffa). E così, dopo aver scritto il testo di questa canzone, mi sono liberato del fastidio e sono riuscito a volare oltre, pensando in modo positivo a come trovare nuovi sistemi per poter continuare a fare il musicista da grande, senza arricchirmi, come troppi surrealmente credono.

Potere catartico dell’arte.

Ps1: poi, ovviamente, penso anche ai jazzisti o ai musicisti di altre aree che sono abituati a certi numeri e a certe condizioni da sempre. Ma il discorso sarebbe nuovamente articolato, e semmai, se una mia canzone lo giustificherà, ci tornerò su. Per inciso: amo il jazz.

Ps2: i dischi non li compro quasi più neanche io e ho I-tunes ingolfato di file impalpabili. Solo, so lo sforzo che si fa per fare musica, e mai mi permetterei di prendere per il culo una band a casa sua, ovvero in rete

Ps3: il ritorno del vinile (come dicono) non incide minimamente sui guadagni di un gruppo.

“Le cose cambiano, e io non le contrasto mai:

sarebbe stupido, altrettanto inutile.

Ma mi fa schifo, sai?, l’insensibilità”

Ricovero virtuale

testo: Cristiano Godano
musica: Cristiano Godano, Luca Bergia, Riccardo Tesio
(C) 2010 Sony Music Entertainment Italy S.p.A. 
dall’album ‘Ricoveri virtuali e sexy solitudini’ – Sony Music Columbia

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