La Bce in questo momento accoglie una gran quantità di depositi dalle banche della cosiddetta “grande Germania” che poi utilizza per fare prestiti alle banche dell’Europa meridionale. È una situazione insostenibile e destinata a peggiorare. È necessario creare meccanismi che incentivino le banche del Nord Europa a prestare direttamente ai paesi periferici dell’area euro. Una soluzione potrebbe essere quella di rendere negativi i tassi di deposito presso la Banca centrale.

di Daniel Gros*, lavoce.info

Davvero la Bce può fare di più per combattere la crisi nell’eurozona? È già stato ampiamente osservato che le operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Ltro) non sono state particolarmente efficaci nell’alleviare le tensioni sui mercati finanziari. Ciò non stupisce, dal momento che il principale impatto che hanno avuto non è stato tanto un aumento indiscriminato di liquidità, ma piuttosto l’aumento delle esposizioni transfrontaliere all’interno dell’eurosistema.

I depositi della Grande Germania
In larga misura, oggi la Bce accetta depositi dalle banche della cosiddetta “grande Germania” (ovvero Germania, Paesi Bassi e altri paesi con un surplus esterno, inclusa la Svizzera), che vengono utilizzati per fare prestiti alle banche dell’Europa meridionale. (1)
Ora però la Bce dovrà cercare di capire se è giusto continuare a espandere il proprio ruolo di “controparte transfrontaliera centrale di ultima istanza” o meno. Sfortunatamente, non è inverosimile che la situazione continui a peggiorare, dal momento che nel frattempo oltre agli stock accumulati sono proseguiti senza sosta i flussi di investimenti trasfrontalieri.
Gli stock sono il prodotto del boom del credito degli anni 2007-2008, durante il quale ci fu una grande quantità di investimenti trasfrontalieri all’interno dell’area euro, poiché le banche avevano bisogno di riciclare i surplus della bilancia dei pagamenti registrati nei paesi della “grande Germania”. Tali surplus, accumulatisi nel corso dei dieci anni precedenti, ammontavano complessivamente a quasi 2mila miliardi di euro.
Oggi il problema consiste nel fatto che la grande Germania continua ad avere ogni anno un enorme surplus nelle partite correnti. Ciò riflette il continuo eccesso di offerta di risparmi domestici (relativamente agli investimenti domestici) quantificato intorni ai 200 miliardi di euro per anno. Dal momento che la maggior parte dei risparmi in eccesso viene intermediata da istituti regolamentati quali banche o compagnie assicurative, questi vanno necessariamente investiti soprattutto in valuta domestica, cioè in euro. E se le banche della grande Germania preferiscono non fare prestiti ai paesi periferici dell’Europa, finiscono per rivolgersi alla Bce.
È quindi chiaro come il rischio che l’esposizione transfrontaliera all’interno dello stato patrimoniale dell’eurosistema (e dei relativi valori Target) continuerà ad aumentare senza sosta.
Oltretutto la regolazione bancaria induce le banche a ridurre la propria esposizione transfrontaliera, a causa dei downgrade ai quali sono stati sottoposti i paesi alla periferia dell’Europa. Ad esempio, se consideriamo l’approccio standard di Basilea II, il peso applicato per il rischio balza al 100 per cento se il rating del paese nel quale la controparte ha sede scende a BBB (che è quello attuale della Spagna). Dati gli alti costi del capitale delle banche, questo significa un aumento del costo effettivo dei prestiti trasfrontalieri di due punti percentuali. (2) Ma per il sistema bancario il costo di trasferire il rischio alla Bce è solo pari allo 0,75 per cento, vista la differenza tra i tassi di prestito e di deposito.

Tassi di deposito negativi
Se gli incentivi non cambiano, l’intero stato patrimoniale transfrontaliero del settore privato migrerà nella Bce. Se la Bce vuole evitare che questo accada, deve aumentare la propria “tariffa di servizio”, in modo tale da compensare quantomeno l’aumento nei costi di regolamentazione dei prestiti trasfrontalieri, ovvero l’aumento dello spread tra i tassi di prestito e di deposito.
Date le prospettive di inflazione per l’area euro nel suo complesso, non ci sono ragioni per aumentare il tasso di prestito. L’unica soluzione sarebbe quindi un tasso di deposito negativo. Il tasso di deposito è già a zero, ma si potrebbe fare molto di più. Basterebbe che la Bce annunciasse che il tasso di deposito verrà gradualmente abbassato (mantenendo il tasso di prestito costante) finché il flusso di depositi che arriva alla Banca centrale non si sarà fermato.
È probabile che il tasso di deposito diventerebbe così praticamente negativo: già le banche affrontano costi di due punti percentuali più alti per il solo downgrade della Spagna, sarebbe necessario un tasso di deposito pari al – 1,25 per cento (assumendo che il tasso di prestito resti 0,75 per cento) per compensare quest’unico fattore.
Cosa accadrebbe? Se le banche della grande Germania si trovassero con un tasso di deposito alla Bce che sia di fatto negativo, potrebbero provare a comprare altri titoli tedeschi, portando il tasso dei Bund a zero. Questo però non risolverebbe ancora il loro problema: poiché esiste un surplus del risparmio domestico, in aggregato devono risolversi a prestare all’estero. Presto o tardi, le banche del Nord Europa dovranno ricominciare a prestare alla periferia e a investire nel resto del mondo, altrimenti falliranno. Un tasso di deposito che sia di fatto negativo potrebbe portare due effetti positivi. In primo luogo condurrebbe ad un deprezzamento dell’euro (il che favorirebbe l’aggiustamento dei sarebbe benefico per i paesi alla periferia dell’euro); in secondo luogo ridurrebbe l’accumulo di saldi positivi all’interno del sistema Target, che sta avvelenando l’atmosfera politica tedesca.
In questo momento la Bce offre alle banche del Nord Europa un’assicurazione a basso prezzo. Ma con un tasso di deposito che sia di fatto negativo, potremmo dare al meccanismo dei prezzi una possibilità di funzionare.

(1) La distribuzione geografica dell’aumento dei depositi presso la Bce dall’inizio delle operazioni di rifinanziamento a lungo termine è chiara: 300 miliardi di euro (il 60 per cento) è venuto dalla banche tedesche, altri 100 miliardi dalle banche olandesi. Le centinaia di miliardi accumulati dalle banche tedesche con la Bundesbank all’interno dei sistema di pagamenti Target, riflette il medesimo fenomeno.
(2) Prendiamo ad esempio un paese che subisca un downgrade da AA a BBB. Applicando l’approccio standard, il peso del rischio per le controparti in paesi classificati con AA è solo del 20 per cento, ma il peso diventa 100 per cento per i paesi BBB. Il downgrade quindi implica un salto di 80 punti percentuali nel peso del rischio. Ad un costo di capitale del 25 per cento, questo equivale ad un aumento nei costi effettivi del prestito di due punti percentuali pieni. Questo significa che i costi per i prestiti transfrontalieri saranno più alti perché i supervisori spagnoli probabilmente non applicherebbero questa regola ai prestiti domestici da parte delle banche spagnole ma, al contrario, i supervisori tedeschi molto probabilmente applicherebbero questa regola alle banche tedesche che prestano a controparti spagnole.

Daniel Gros si è laureato in economia presso l’Università “La Sapienza” di Roma e ha conseguito il Ph.D in economics presso l’Università di Chicago. Attualmente è il presidente del Centre for European Policy Studies (Ceps) di Bruxelles. I suoi principali campi di ricerca sono: l’Unione Monetaria Europea, la Politica Macroeconomica e le Economie in Transizione.