Duemilaseicento persone rimarranno senza lavoro per un anno e mezzo, cassa integrazione a zero ore: sono i lavoratori della Fiat di Mirafiori, stabilimento a cui è stata tolta la produzione della Lancia Idea.

La notizia era nell’aria, se ne parlava già da settimane. Le perdite a doppia cifra del marchio Lancia, del gruppo Fiat e di tutto il comparto auto a livello europeo già da tempo avevano lanciato il segnale dell’ineluttabilità di questo percorso. Anche oltralpe, d’altronde, il gruppo Peugeot Citroën ha annunciato il taglio di 8.000 posti di lavoro e la chiusura nel 2014 di uno stabilimento alle porte di Parigi che al momento impiega 3.000 persone. Intanto a Torino ci si interroga sul futuro della produzione della Mito, mentre il futuro del marchio Iveco è già chiaro a tutti: 5 stabilimenti saranno chiusi entro l’anno.

I segnali sono chiari ed evidenti: nonostante i vari incentivi generosamente elargiti dai governi di tutta Europa (in barba alle leggi sulla libera concorrenza) a sostegno dell’industria dell’automobile, il settore non sembra più in grado generare profitti e quindi di giustificare la propria esistenza. Come stupirsi d’altronde? Il mercato è saturo, sempre meno persone hanno un lavoro che possa garantire una stabilità economica e le opportune garanzie per ottenere un finanziamento, le banche dal canto loro hanno stretto i rubinetti del credito e parlare di picco petrolifero non è più un tabù da cospirazionisti.

Basta uno sforzo di natura logica per capire da che parte stiamo andando: chi sta rimanendo senza lavoro in questi giorni, nel prossimo futuro non solo non potrà permettersi di acquistare un’auto nuova, ma probabilmente dovrà anche usare con estrema parsimonia quella che già possiede per preservarla per il futuro. Tutte queste persone, volenti o nolenti, saranno costrette a ricorrere ai mezzi pubblici per spostarsi e, in molti casi, a limitare l‘estensione dei propri spostamenti. All’aumento della domanda di trasporto pubblico dovrà necessariamente corrispondere un aumento dell’offerta (da parte del pubblico o di privati) che si tradurrà in commesse per le aziende produttrici di autobus e treni, per tutto l’indotto correlato, ma anche per chi produce le infrastrutture necessarie alla circolazione. Aumentare la capacità del trasporto pubblico significa ovviamente anche creare occupazione: autisti, personale di bordo, manovratori, addetti alle pulizie e alla manutenzione, bigliettai, sono alcune delle figure professionali che si renderanno necessarie.

L’obiezione è facile: per fare tutte queste belle cose ci vogliono investimenti, ma dove li troviamo i soldi?

Ecco, adesso che anche la Francia comincia a nutrire dubbi sul progetto della Tav Torino-Lione e si può apertamente e candidamente ammettere che tutto il progetto era una stronzata, improvvisamente potremmo avere 20 miliardi di euro di investimento da convogliare in qualcosa di veramente utile per tutti i cittadini italiani.

Siamo arrivati al punto in cui non serve neppure più lungimiranza per capire quale deve essere la direzione da intraprendere, basta solo la volontà politica. Ma forse è proprio questo il problema più grande del nostro Paese…