La scure di Moody’s si abbatte sugli enti locali. Puntale come un orologio l’agenzia di rating prosegue nella sua marcia puntando l’indice sulla finanza pubblica italiana. Dopo il declassamento di due scalini del rating sovrano del Paese, ecco l’ennesimo taglio sulle banche (10 tra cui Unicredit e Intesa) e sulla qualità del credito degli enti: 23 in totale, passando dalle province autonome di Bolzano e Trento a Lombardia e Lazio, senza dimenticare ovviamente le città di Milano e Napoli. “Le prospettive” per gli enti locali “restano negative in linea con quelle” dell’Italia, afferma l’agenzia in una nota. Il rating della provincia di Bolzano è stato tagliato ad A3 da A1, così come quello della provincia di Trento. Il rating della Lombardia è stato ridotto a Baa1 da A2, con Milano declassata a Baa2 da A3. Il rating del Lazio è stato tagliato a Baa3 da Baa2. Napoli è stata tagliata a Ba1, entrando così nell’area “rischio significativo”.

Nulla di nuovo verrebbe da dire, visto che la catena di declassamenti è ormai una realtà consolidata. Ma sta di fatto che la nuova revisione al ribasso alimenta oggi una tensione particolare. Perché l’operato delle agenzie di rating sarà pure, per così dire, “discutibile”, ma gli elementi critici nel panorama della finanza pubblica non possono essere facilmente trascurati. Gli ultimi dati diffusi dal Supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia identificano, al maggio 2012, un debito complessivo delle amministrazioni locali pari a oltre 111 miliardi, un dato prossimo ai massimi dell’anno in corso. 31,8 miliardi gravano sulle spalle del Nord ovest, 16,1 sul Nord est, 29,5 sul Centro, 24,1 sul Sud, 9,6 sulle isole.

Nei mesi scorsi l’attenzione si era già concentrata sul caso della Campania, regione ormai prigioniera del circolo vizioso attorno al suo stesso debito. Motivo? L’enorme peso degli interessi, circa 800 milioni per trent’anni, che costituiscono un costo terrificante per le casse regionali. Il debito della Campania, segnalò nel maggio scorso un articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, valeva già 10,8 miliardi cui andavano aggiunti ulteriori 2 miliardi di crediti vantati da imprese e fornitori nei confronti della Regione. Una situazione gravissima in un territorio capace di produrre da tempo clamorose voragini contabili. Si stima che nello spazio di 15 anni, fino a 2 miliardi di euro di debito (impignorabile) siano stati prodotti dal Commissariato governativo per l’emergenza rifiuti avviato nel 1994 e ufficialmente concluso alla fine del 2009.

Circa 5 miliardi di debito, parola della Corte dei Conti, gravano invece sul bilancio della Sicilia mettendone di fatto a rischio il futuro. Ne è convinto Ivan Lo Bello, vice presidente della Confindustria locale che, in un’intervista al Corriere della Sera, opta per un paragone quanto mai eloquente. La Sicilia, spiega, rischia di diventare “la Grecia del Paese” travolta dall’utilizzo “disinvolto delle assunzioni pubbliche spesso sotto forma di precari, di forestali, di corsi di formazione che non hanno mai formato nessuno. Tutto trasformato in un grande bacino elettorale che ha creato degrado civile e ha compresso la crescita economica”. 

Parole durissime, quelle di Lo Bello, che riaccendono i riflettori sugli enti siciliani, già al centro di una giostra di cifre a dir poco inquietante. Emblematica, in questo senso, la vicenda del Comune di Palermo: a marzo, un paio di mesi dopo le dimissioni del sindaco Diego Cammarata, il commissario Luisa Latella stimò in 140 milioni il disavanzo complessivo delle casse comunali. Alla fine di maggio, il neo sindaco Leoluca Orlando ha parlato di una cifra oltre quattro volte superiore: circa 600 milioni di euro. Sullo sfondo, tra le altre cose, la clamorosa vicenda del crack dell’Amia, la municipalizzata palermitana della raccolta rifiuti sommersa da un debito di circa 180 milioni. Ad ottobre, l’azienda, che da due anni si trova in amministrazione straordinaria, presenterà il proprio piano di liquidazione al tribunale fallimentare. L’ex sindaco Cammarata, nel frattempo, ha rinunciato alla nomina a consulente del Senato in tema di tagli agli sprechi, un incarico che aveva destato molte polemiche proprio alla luce dei debiti accumulati dal comune durante i 9 anni della sua gestione.