Il finanziamento dei partiti da parte di privati rappresenta una minaccia per il processo democratico? I dati sugli Stati Uniti mostrano che i gruppi d’interesse tendono a finanziare le campagne elettorali per motivi ideologici o per influenzare le politiche dei candidati. Più sono trasparenti le informazioni sui finanziamenti privati, maggiore sarà il costo di “comprare” le politiche. E il finanziamento privato può rivelare informazioni sulle capacità dei candidati che quello pubblico per sua natura non può dare.

di Filippo Gregorini* e Filippo Pavesi** (lavoce.info)

Una delle obiezioni più frequenti al finanziamento privato ai partiti è che questi verrebbero catturati dai gruppi d’interesse minando alla base la natura stessa del processo democratico.
Per avere qualche elemento utile al fine di verificare la fondatezza di questo rischio è inevitabile  prendere spunto da cosa succede negli Stati Uniti, dove le campagne elettorali sono prevalentemente finanziate da privati. A conferma dello spirito liberista americano, una sentenza della Corte suprema federale del 2010 ha eliminato qualsiasi limite ai finanziamenti privati ai partiti:  i limiti precedentemente vigenti sono stati ritenuti lesivi della libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. (1)
È indubbio che le lobby di potere possano avere interesse a finanziare i partiti nel tentativo di condizionare le scelte dei politici o di influenzare il voto. Assumendo che le campagne elettorali abbiano un impatto puramente persuasivo, e quindi non contengano alcuna informazione utile per gli elettori, la loro effettiva influenza sull’esito elettorale dipende da quanto gli elettori stessi siano facilmente manipolabili.

Lobby: ideologia e interessi economici

In primo luogo va detto che i finanziatori (e i votanti) vanno distinti tra i cosiddetti ideologici, cioè quelli che tendono a preferire candidati di destra o sinistra indipendentemente dalle politiche adottate, e i non-ideologici, le cui scelte di voto possono essere determinate da preferenze specifiche sulle politiche economiche (fiscali, industriali, sociali).
Prendendo gli Stati Uniti come modello di riferimento, la differenza appare con chiarezza. Come mostra un recente studio, si osserva una distinzione netta tra i gruppi d’interesse ideologici che finanziano prevalentemente democratici o repubblicani, e quelli non-ideologici, tipicamente legati a gruppi industriali. (2) Questi ultimi, nella stragrande maggioranza dei casi, tendono a finanziare i candidati che hanno una maggiore possibilità di essere eletti, nel tentativo di influenzarne le politiche.
Gli elettori ideologici, per loro stessa natura, tendono a essere meno influenzabili e a seguire in modo acritico le linee del loro partito di riferimento. Le campagne elettorali dovrebbero quindi avere un impatto limitato sulle loro scelte di voto.

I votanti più influenzabili sono invece quelli non-ideologici, meglio noti come moderati. In linea teorica, adottare un sistema trasparente in cui sia possibile identificare da quali gruppi d’interesse provengano i fondi per le campagne elettorali, potrebbe ridurre l’influenzabilità di questa parte dell’elettorato.
Una conferma viene da uno studio sui finanziamenti alle campagne elettorali relative alle elezioni congressuali Usa. I dati sui gruppi d’interesse non ideologici, rappresentativi degli interessi industriali, mostrano che le industrie che spendono di più sono quelle che perseguono gli interessi economici di una minoranza ristretta. In altre parole, il prezzo da pagare per l’influenza sui votanti cresce di pari passo con “l’estremismo” delle politiche economiche supportate, in quanto difficilmente digeribili dall’elettorato moderato. (3)
Pertanto, adottare leggi che aumentino la trasparenza dei finanziamenti privati rende più difficile influenzare le politiche per via del loro “costo elettorale”.

Campagne elettorali e informazioni

In un contesto politico in cui i partiti competono tra di loro per accaparrasi i finanziamenti privati, le stesse lobby non-ideologiche, non avendo una preferenza per uno specifico candidato, hanno tutto l’interesse a finanziare i candidati che hanno maggior probabilità di vincere. Questo non è necessariamente vero per le lobby ideologiche che tendono a finanziare il loro partito di riferimento solo quando l’esito è incerto e la campagna elettorale può fare la differenza.
Come mostrano recenti studi teorici, se i gruppi d’interesse non-ideologici possiedono informazioni in più, rispetto all’elettorato, riguardo ad alcune qualità dei candidati che i votanti valutano positivamente (carisma, reputazione politica, esperienze pregresse), e se le campagne elettorali sono direttamente informative (rivelano anche in minima parte informazioni sulle qualità sottostanti dei candidati),  tenderanno a finanziare i candidati più competenti, proprio perché questo genera un maggiore rendimento sul loro “investimento” elettorale. Questo fa sì che gli elettori ricevano informazioni utili per le scelte di voto. L’altro lato della medaglia, è che in cambio dei finanziamenti le lobby chiederanno ai candidati favori politici, che rappresentano un costo per l’elettorato. (4)

Le argomentazioni a favore del finanziamento pubblico hanno proprio l’obiettivo di evitare la compravendita di policy, ma spesso non tengono in considerazione gli eventuali benefici informativi che possono derivare dal finanziamento privato.
Il finanziamento pubblico in Italia, sia nella sua forma attuale di rimborso elettorale sia nella proposta di modifica presentata in parlamento, non possiede questo potenziale informativo. Entrambe le modalità, nella migliore delle ipotesi, possono rivelare informazioni sulle capacità passate ma nulla dicono riguardo alle competenze dei candidati attuali. Questo potenziale informativo potrebbe essere garantito dal finanziamento pubblico, solo se i fondi venissero erogati in funzione di quanto raccolto privatamente dai candidati.
Tralasciando quindi l’anomalia non solo italiana (basta pensare a Ross Perot candidatosi alle elezioni presidenziali Usa 1992 e 1996) del magnate che autofinanzia la propria “discesa in campo”, forse potrebbe essere utile riaprire il dibattito sul finanziamento privato ai partiti, ridimensionando almeno in parte le paure che ispirarono la legge Piccoli del 1974, che appunto introdusse il finanziamento pubblico ai partiti. Quella legge aveva infatti l’intento di rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici.

(1) Fino al 2010, la legge statunitense (il McCain-Feingold Act, approvato con votazione unanime dai due principali partiti) prevedeva restrizioni al finanziamento di partiti e candidati da parte di corporations e sindacati.
(2) Chamon, E., Kaplan, M., 2012. “The Iceberg Theory of Campaign Contributions: Political Threats and Interest Group Behavior”, American Economic Journal: Public Policy, forthcoming.
(3) Bassetti, T., Pavesi, F., 2012. “Deep Pockets, Extreme Preferences: Interest Groups and Campaign Finance Contributions”, working paper 222, Università di Milano-Bicocca.
(4) Coate, S. 2004. “Pareto Improving Campaign Finance Policy”, American Economic Review, 94, 628-655. E Gregorini, F., Pavesi F., 2011. “Do Campaign Finance Policies Really Improve Voters’ Welfare?”, working paper 209, Università di Milano-Bicocca.

*Attualmente professore a contratto di Microeconomia presso l’Università di Milano-Bicocca, già consulente del World Trade Organization (Ginevra) e assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Milano-Bicocca.

**Collaboratore