Sono almeno 33 gli attivisti arrestati nelle ultime settimane nell’Oman, il sultanato situato nel sud est della penisola arabica; 21 di loro rischiano il processo e il carcere. 

Il giro di vite è recente, ma l’origine parte da più lontano. Anche l’Oman è stato toccato, come pressoché tutti i paesi dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, dal vento della “primavera araba”. Un altro vento, quello dei campionati mondiali di vela, farà conoscere meglio questo paese al resto del mondo. Intanto, anticipiamo qualcosa sulla situazione dei diritti umani.

Le proteste dell’inizio del 2011 sono state affrontate dalle autorità omanite col bastone e la carota: da un lato, la creazione di 50.000 nuovi posti di lavoro, un’indennità di disoccupazione di circa 400 dollari al mese e un rimpasto di governo; dall’altro, come informa il Rapporto annuale di Amnesty International, limitazioni alla libertà d’espressione e di riunione, arresti e uso eccessivo della forza: almeno un manifestante ucciso a febbraio, nel corso di una protesta a Sohar, decine di arresti e processi.

Il 31 maggio di quest’anno, le proteste hanno ripreso vigore. La polizia locale ha arrestato tre attivisti che cercavano di raggiungere i campi petroliferi di Fohoud, 250 chilometri a sudovest della capitale Muscat, per solidarizzare con gli operai in sciopero.

I tre attivisti – l’avvocato Yaqoub al-Kharousi e due esponenti del neonato Gruppo omanita per i diritti umani, Habeeba al-Hina’i e Ismail al Muqbali – sono stati tenuti per cinque giorni in isolamento prima di essere autorizzati a contattare le loro famiglie. Accusati di “incitamento alla protesta”, attendono il processo. Yaqoub al-Kharousi e Habeeba al-Hina’i, nel frattempo, sono stati rimessi in libertà dietro pagamento di una cauzione.

Il 4 giugno il procuratore generale ha fatto sapere che avrebbe “preso tutte le necessarie misure di legge contro coloro che amplificano, fanno circolare, incoraggiano o agevolano il recente aumento di dichiarazioni diffamatorie e inviti alla rivolta da parte di alcune persone che si nascondono dietro la libertà d’espressione”.

Detto fatto. Nel giro di 48 ore sono stati arrestati altri due attivisti, Khalfan al-Badwawi e Ishaq al-Aghbari. L’8 giugno sono finiti in carcere in sei, tra cui lo scrittore Hamoud al-Rashidi e il poeta Hamad al-Kharousi.

Due giorni dopo, il Times of Oman ha pubblicato quello che è sembrato a tutti gli effetti un avvertimento: “Stiamo tenendo d’occhio i blogger”, queste le parole di un procuratore.

Detto fatto, di nuovo. Il giorno dopo è scattata la retata: sono state arrestate almeno 22 persone, che erano andate a manifestare di fronte agli uffici centrali della polizia per chiedere la scarcerazione degli attivisti arrestati nelle tre settimane precedenti.

Due sono stati rilasciati subito, altri 10 il 16 giugno dopo aver sottoscritto un testo in cui ammettevano di aver infranto la legge e promettevano di non rifarlo più. I restanti 10 si trovano nella prigione centrale di Sumail, 90 chilometri a nord di Muscat. Uno di loro, Saeed al-Hashimi, ha immediatamente avviato uno sciopero della fame di protesta e il 14 giugno è stato ricoverato in ospedale. Alcune detenute hanno minacciato di seguirlo nella protesta. Una di esse, Basimah al-Rajihi, sarebbe in cattive condizioni di salute.

Del gruppo degli arrestati fa parte anche una delle più note avvocate dell’Oman, Basma al-Kiyumi, che aveva trascorso un breve periodo di tempo in carcere anche nel 2011 per aver preso parte a una manifestazione pacifica di fronte al Consiglio della shura.

I 21 imputati si teme verranno presto incriminati, a loro volta, per “incitamento alla protesta”.