Jill Abramson

Sarà probabilmente una donna a prendere il posto dell’attuale direttore della Bbc Mark Thompson a fine anno. Una nomina che segue quella recente di Jill Abramson, alla guida del New York Times, mentre, per citare un caso nostrano, Lucia Annunziata andrà a dirigere l’Huffington Post che sbarcherà in Italia a settembre.

Notizie positive quindi dal mondo del giornalismo femminile, ma a quanto pare, solo eccezioni. Questo secondo l’International women’s media foundation (Iwmf), che ha recentemente commissionato e reso pubblico uno studio che fotografa la situazione di disparità di genere nei media a livello internazionale.

Nel Global report on the status women in the news media sono state esaminate più di 500 compagnie in quasi 60 paesi ed è emerso che a ricoprire incarichi di rilievo nel mondo dei media e dell’informazione sono in larga parte gli uomini. Solo il 27% dei ruoli di dirigenza sono occupati da donne, contro il 73% degli uomini, mentre tra i cronisti gli stessi detengono i due terzi delle posizioni. Inoltre in 20 dei 59 paesi presi in esame si riscontrano i cosiddetti “soffitti di cristallo” già a livelli intermedi.

“Il rapporto evidenzia come i ruoli chiave nella comunicazione siano gestiti maggiormente dagli uomini – afferma Natascha Fioretti, coordinatrice Pari opportunità dell’associazione Pulitzer, che si batte per la libertà di espressione e di stampa – anche se bisogna fare delle distinzioni per Paese o area geografica”. I dati europei non sono paragonabili a quelli di Asia e Oceania, dove le donne raggiungono appena il 13% dei ruoli manageriali, mentre in Lituania e Sud Africa, le donne dominano nelle fila della comunicazione con una presenza di oltre il 70%. “In generale – prosegue Fioretti – l’esito complessivo del Rapporto va comunque guardato con una certa attenzione. Per quanto riguarda l’Italia, se si pensa che su 119 testate giornalistiche sono presenti solo tre direttrici, risulta evidente come, con così poche donne, il punto di vista attraverso cui si racconta la realtà, sia prevalentemente maschile e quindi parziale. Da specchi per le allodole i media devono diventare strumenti di comunicazione virtuosi, portavoce e rappresentanti di una nuova, più giusta e più dignitosa immagine della donna”.

Lucia Annunziata

I dati del Global report vanno a sommarsi a quelli di un’indagine del Censis realizzata nel marzo 2011 dalla quale emergeva che in Italia il 53% delle donne in televisione non ha voce, il 43% è associata a temi come sesso, moda, spettacolo e bellezza e solo nel 2% dei casi a impegno sociale e professionalità. Una testimonianza di come nel settore dell’informazione le donne siano sottorappresentate, sia quantitativamente che qualitativamente. “Una disparità che si palesa sia in termini di carriere e salari – dice Alessandra Mancuso di Giulia, associazione delle Giornaliste unite libere autonome -, ma anche nella rappresentazione dell’immagine femminile. Solo cambiando quest’ultima e incidendo maggiormente sugli stereotipi, sarà possibile intervenire sulla carenza di diritti e di opportunità per le donne”.

Non mancano però i casi di “best practices”. In Scozia, per esempio, è stato prodotto da Zerotolerance.org.uk un manuale che vuole essere una guida alla cronaca responsabile sulla violenza contro le donne, nella convinzione che l’utilizzo corretto di espressioni e parole, giochi un ruolo fondamentale nel comprendere e scoraggiare la violenza sulle donne. Il Guardian online propone quotidianamente una sezione femminile: dal blog tematico, alle pari opportunità, alle questioni di genere, alle donne in politica. Mentre per quanto riguarda le iniziative per eliminare i soffitti di cristallo, nel nord Europa sono molto diffusi gli asili all’interno delle redazioni, strutture che agevolano il reintegro e la produttività della donna in ambito professionale. Alcune aziende offrono invece corsi di “diversity management”, per valorizzare le diversità delle risorse presenti e trasformarle in ricchezza. “Non puoi essere ciò che non vedi” dice Marie Wilson, presidente de The White House Project, nel documentario ‘Miss Representation’, che evidenzia i messaggi pericolosi e sessisti che i media americani trasmettono alle giovani generazioni. Uno slogan che ben riassume la mancanza di riconoscimento di una femminilità che, non essendo raccontata, è di fatto negata.