Ci sono le firme di Laurent Fabius, William Hague, Guido Westerwelle ed Ewa Björling sotto un articolo che appare oggi su The Guardian, Libération, Financial Times Deutschland e un giornale svedese che non sono riuscito a trovare. Non dei nomi qualsiasi: sono i ministri degli esteri, rispettivamente, di Francia, Gran Bretagna, Germania e la ministra del commercio svedese. L’argomento? La conferenza che si apre oggi all’Onu e che dovrebbe portare entro fine luglio all’adozione di un trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty) dopo lavori preparatori iniziati nel 2006.

Non serve una vista d’aquila per accorgersi che manca la firma del nostro Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore promosso ministro, noto per essere cospicuamente assente da tutte le iniziative di un qualche peso che si assumono a livello internazionale. Certo, alla conferenza l’Italia ci sarà, anche se non è noto il livello della nostra delegazione. Una lunga ricerca sul sito internet del ministero non ha prodotto risultati, mentre oggi quello del ministero degli esteri francese ha emblematicamente in home page una grande foto di “The Knotted Gun”, una pistola con la canna annodata realizzata dallo scultore svedese Carl Fredrik Reuterswärd. Ci saremo a New York, come ci saranno altri 150 Stati, ma è cospicua questa totale assenza di iniziativa pubblica sul mercato degli armamenti del quinto o sesto più grande esportatore d’armi del mondo.

D’altronde, che il governo dei Professori non brilli per attivismo in questo campo lo si sa. Lo ha già dimostrato con la relazione annuale sul commercio delle armi che quest’anno è stata quasi completamente depotenziata eliminando alcune informazioni essenziali. Monti ha fatto peggio di Berlusconi, il quale a sua volta aveva fatto peggio del primo Prodi che a sua volta rimosse parti consistenti dalla relazione che il Governo deve presentare in base alla legge 185/90. 

E tanto per non affidarci solo alle impressioni, vale la pena di segnalare come nel documento preliminare della Conferenza, pubblicato sul sito delle Nazioni Unite, non ci sia alcuna posizione ufficiale italiana sulla bozza di trattato. Nulla, neppure una riga, mentre ci sono naturalmente quasi tutte quelle degli altri Paesi. A volte uno si chiede se non sarebbe preferibile avere a che fare con un governo un tantinello lazzarone, che magari prende delle posizioni e dice che sì, tutto sommato, vendere armi gli piace un sacco. Almeno non ci sarebbe questo insopportabile puzzo di lobby che sta dietro tutti i silenzi.

Non dimentichiamoci che qualche anno fa, quando l’Italia aderì al trattato per la messa al bando e la distruzione delle bombe a grappolo, il Governo cercò di inserire nella legge di ratifica una paccata di milioni per comperare altre bombe, “non proibite”. Non ci riuscì, ma in compenso ci vollero tre anni perché il trattato fosse ratificato. Nel frattempo, alla chetichella, si fece approvare dalle Commissioni difesa una spesa di 84 milioni per le Small Diameter Bomb, destinate, come sta scritto nella relazione ministeriale, a ”sostituire definitivamente armamenti di tipo cluster di cui l’Italia ha deciso di disfarsi”. Un bel disarmo, non c’è che dire.

Il cammino del nuovo trattato non sarà facile, nonostante gli Usa di Obama abbiano ritirato due anni fa l’opposizione che era stata invece dichiarata da Bush. Ma dall’America arrivano comunque le resistenze più grosse. Incalzata dalla lobby delle armi, Washington ha infatti chiesto che le munizioni non siano comprese nell’ambito di applicazione del trattato. Sarebbe una catastrofe se la posizione statunitense dovesse passare. Un’arma abbastanza sofisticata tecnologicamente ha una vita operativa che supera i 30 anni. Armi non sofisticate, come fucili, mitragliatrici, pistole ma anche cannoni e razzi arrivano tranquillamente a 50 anni. Visto che non si possono ritirare, l’unica speranza di fermarle è bloccarne le munizioni. Un trattato non basta, naturalmente, ma un trattato che escluda le munizioni sarebbe come togliere l’accendino a un piromane lasciandogli i fiammiferi.