Clara ha 38 anni, due figli, due sfratti per morosità e tre sgomberi. Un curriculum niente male a soli 38 anni, mi dice lei. E quando lo dice le si riempiono gli occhi di lacrime.

Clara è nata a Palermo, si è innamorata che aveva 25 anni e a 30 è diventata mamma di Samuele. Due anni dopo di Stefano. È partita dalla Sicilia che i figli erano piccoli, destinazione Torino dove il marito avrebbe trovato “un buon posto”. Perché a Torino fa freddo, è vero, e forse il cielo non è proprio quello siciliano. Però vuoi mettere, si può vivere male nella città della Fiat? Deve aver pensato.

Poi, quando tre anni fa il “buon posto” ha chiuso i battenti, lasciando per strada suo marito insieme a chissà quanti altri dipendenti, la scelta di rimettere tutto in discussione. E allora hanno rifatto le valigie, destinazione Roma, stavolta. Perché Roma è pur sempre la Capitale, e si può vivere male nella Capitale d’Italia? Deve aver pensato di nuovo.

Poi, quando gli eventi hanno preso ancora una brutta piega, proprio Roma è diventata una trappola. “Perché qui  – mi dice Clara – se acquistare una casa è impossibile, vivere in affitto è diventato addirittura un lusso”. E io che pensavo che un lusso fosse girare il mondo a bordo di uno yacht.    

Clara non è una nullafacente, non è una sbandata senza arte né parte, né un’idealista che ha scelto di vivere “contro tendenza”. Non è una straniera. Ma soprattutto Clara non è un luogo comune e non è un caso isolato, perché con 800 euro di stipendio, sfido chiunque a pagarne altrettanti di affitto. Clara è una giovane donna italiana di Palermo, mamma di due figli, onesta e lavoratrice. Fa la bidella a tempo determinato e quando si alza la mattina per andare a lavoro, nessuno sa che si è svegliata dentro una baracca in periferia, ha preparato la colazione per i figli con un fornelletto alimentato da una bombola a gas, li ha svegliati e preparati per la scuola, riscaldando la stanza con una stufetta.

Clara è una delle tante storie che incrocio nel mio blog www.genitoriprecari.it e che ho deciso di riportare qui, per raccontare l’Italia attraverso la precarietà delle famiglie che la abitano. Un compito difficile, perché presuppone la consapevolezza dei limiti della propria scrittura e del proprio vissuto, rispetto all’universalità e alla molteplicità delle storie che incontro. Ma le donne in questo mi stanno aiutando.

Secondo gli ultimi dati forniti dal Ministro degli Interni, è proprio Roma la città italiana con il maggior numero di sfratti per morosità. L’anno scorso sono state emesse 4.678 nuove sentenze, di cui 2.343 eseguite con le forze dell’ordine. Segue Torino con 2.523 sfratti, Napoli con 1.557 in città e 1.255 nel resto della provincia e infine Milano con 1.115 nel capoluogo ma ben 3.244 nell’hinterland e provincia. Sempre secondo i dati recenti emessi dal Ministero degli Interni i provvedimenti giudiziari sono aumentati del 64% in cinque anni. Solo l’anno scorso gli sfratti sono stati 63.846, quasi il doppio rispetto al 2006, quando furono 33.893.

E la difficoltà a pagare l’affitto, cioè la morosità, riguarda l’87 per cento dei casi di sfratto, contro l’85 per cento del 2010.

Qualche giorno fa, a Roma, un nuovo sgombero di massa. Quindici famiglie, per lo più giovani coppie che hanno perso il lavoro e tante donne incinte, sono state cacciate da un’ex scuola materna nel municipio XIII di Roma, che avevano occupato il 4 giugno scorso. Tre ore di delirio, raccontano gli occupanti, portati via a forza, con la polizia in assetto anti sommossa. L’edificio in questione è abbandonato da sette anni, da quando, cioè, è stato chiuso per i soliti interminabili lavori ristrutturazione, anticamera del nulla. La Regione Lazio, infatti, ha stanziato un fondo ma gli interventi sono stati inspiegabilmente eseguiti solo in parte mentre ad oggi tutto è fermo. Per loro nessuna soluzione alternativa, nessun tentativo di mediazione da parte del municipio.

La scuola ora è chiusa, sigillata, abbandonata, devastata dallo sgombero. Con le porte rotte, i vetri infranti e i pochi effetti personali degli occupanti messi a soqquadro. Le famiglie, che per l’occupazione si erano autodenunciate provvedendo anche a ristrutturare gli spazi, ora vivono in strada e sono accampate sotto la sede del municipio XIII da dove non intendono andarsene.  

In un territorio dove le case ci sono ma restano vuote, basterebbe una mappatura degli edifici pubblici non utilizzati per porre fine all’inutile cementificazione e dare una casa a chi non ce l’ha. Da un censimento risultano almeno 250.000 alloggi sfitti solo a Roma, che potrebbero essere dati in locazione a prezzi popolari. Eppure, in barba all’emergenza abitativa, alla mancanza di nidi e materne sul territorio e alla speculazione delle case sfitte, anche in questo caso la scelta è stata un’altra: quella di tenere chiusa una scuola da sette anni e lasciare in strada 15 famiglie.

Parlando con Clara, che tra uno sgombero e la strada ha scelto una baracca, la domanda che mi viene in mente è sempre la stessa: chi si trova veramente nell’illegalità, chi occupa un edificio pubblico chiuso da sette anni, o chi lo tiene chiuso per sette anni?