La tesi è conturbante: il tradimento non è il peggiore dei mali. Al contrario, può esistere un uso geniale, creativo, perfino virtuoso del tradimento, come ci hanno insegnato Machiavelli e Shakespeare, Leopardi e Mozart. A patto che traditi e traditori “abbiano fermo il cuor nel petto”, cioè diano prova di quel coraggio che spazza via le ipocrisie dei moralisti di ogni colore.

Lo sostiene il filosofo Giulio Giorello nel suo ultimo saggio: “Il tradimento – In politica, in amore e non solo” (Longanesi, 266 pag., 14,euro), dove storicizza e analizza il più antico, e si direbbe necessario, atto umano: da Caino e Abele a Romolo e Remo, non è forse sul tradimento che si fonda la storia dell’umanità?

Certo, qui non si parla dei piccoli e squallidi commerci di parlamentari disposti a vendere la famiglia o il partito per i proverbiali 30 denari. Giorello vola alto, tracciando la dimensione epica del tradimento come sfida a Dio e agli uomini. E Giorello provoca, elevando il tradimento alla dimensione di diritto: quello ad agire contro convinzioni e convenzioni. Un principio così riassunto nello strillo della quarta di copertina: “Tradite pure, affinché il vostro libero arbitrio non sia spento”.