Chi è “l’angelo invisibile” che si aggira per Milano a saldare i debiti e pagare gli affitti dei disperati? Sul “Corriere della Sera” di oggi c’è un lungo articolo in cui si racconta di un anonimo benefattore che si materializza d’improvviso a soccorrere persone ridotte allo stremo: un malato terminale che dorme in macchina mentre fa la chemioterapia, una pensionata che non può comprare il frigorifero e confessa di essere a un passo dal chiedere l’elemosina, un bimbo tunisino bisognoso di trapianto di midollo, una madre e una figlia senza lavoro e senza pensione, ormai alla fame. È meraviglioso che ci siano persone simili, ma tutto l’articolo si tiene su un bilico: il buon borghese che si sporge verso il povero, il caduto, il reietto, senza mai porre la questione come responsabilità collettiva, di gestione del bene comune, e dunque di politica.

“Non si vince alla lotteria, di essere poveri”, dice spesso Hebe de Bonafini, presidente delle Madri argentine di Plaza de Mayo, che ha fatto del recupero dei bambini di strada uno dei modi per tenere in vita la memoria dei figli desaparecidos. “È un sistema fondato sull’ingiustizia, quello che prevede che ci sia gente che dorme nei cartoni, bambini che si prostituiscono e malati che muoiono senza assistenza: quel sistema è il nostro nemico”. Occorre allora non cucire alle ali dell’angelo milanese, ex manager bancario, la pericolosa retorica del patrimonio come dato da Dio con annesso obbligo di carità, se non lo si vuol rendere la faccia speculare del liberismo più violento.

C’è bisogno di bontà d’animo o di politica, di fronte al numero crescente di persone che vivono in stato di abbandono nelle nostre strade? Lo chiedo a Wainer Molteni, il “sindaco” dei senzatetto, come lo chiamano a Milano. Una laurea in sociologia alla Statale, otto anni passati in strada dopo aver perso il posto di caporeparto in un supermercato, e un curriculum di occupazioni di spazi pubblici e privati – Malamanera, Maggianico, Bulk, Pergola – insieme ai suoi compagni senza fissa dimora, perché dell’illibertà dei dormitori non voleva più saperne. Nel 2005 fonda un gruppo di autoaiuto, Clochard alla riscossa, che proprio in questi giorni ha dato avvio a un progetto stupefacente: un agriturismo nelle colline toscane, interamente gestito da barboni (“barbafratelli e barbasorelle”, si chiamano tra di loro, sulla loro pagina Facebook).

Cosa ne pensi della retorica della bontà usata dal “Corriere” per raccontare dell’“angelo invisibile che aiuta chi è rimasto indietro”?

Nel nostro lavoro c’entra poco la bontà d’animo. Clochard alla riscossa è un sindacato autonomo fondato da senzatetto che si sono stufati di vedere calpestati i loro diritti. Ti scadono i documenti e diventi clandestino nella tua città, non hai più assistenza sanitaria, e quando sei senza fissa dimora nessuno ti dà un lavoro. Nel milanese ci sono 5.500 persone che dormono su un cartone, e non si tratta del vecchio alcolizzato sdraiato sulla panchina o dell’anarchico romantico che preferisce la libertà alle costrizioni sociali, ma di uomini e donne espulsi. Non ci serve la carità, né la politica assistenzialista del servizio sanitario nazionale, che non ha mai tirato via nessuno dalle strade. Ci servono progetti. Siamo un collettivo autogestito di cinquecento persone che vogliono costruire con le proprie mani un progetto di rientro.

Cosa fate, in concreto?

La domenica sera, quando chiudono le mense cittadine – perché pare che di domenica i poveri non debbano mangiare – abbiamo cominciato a portare in piazza Fontana decine di pasti caldi: ultimamente abbiamo superato i 300 pasti autogestiti, risotti, cotolette, tutto portato dai volontari. Distribuiamo vestiti, raccogliamo mobilio per chi si vede assegnare una casa popolare ma poi dorme per terra, perché per mesi non può comprare nemmeno un materasso. Ogni settimana facciamo due giri di monitoraggio per le strade milanesi, per far fronte alle situazioni più gravi. Tutto questo senza fondi. I fondi, non facciamo che ripetere alle istituzioni, usiamoli per togliere la gente dalla strada.

Come con l’agriturismo in Toscana, dato in gestione ai senzatetto?

Due coniugi ci hanno dato in affitto calmierato un casale di 580 mq, a Serravalle Pistoiese: un edificio del Quattrocento, con attorno un vasto terreno piantumato a olivi e alberi da frutto, che è stato trasformato in un agriturismo. A gestirlo ci sono dodici senzatetto con un contratto di un anno, al termine del quale, con una professionalità acquisita e del denaro da parte, saranno in grado di trovare un modo di vita autonomo e di a far posto ad altri dodici senzatetto. L’anonimo filantropo di cui parlavi prima noi lo conosciamo: è stato lui a darci i fondi per far partire tutto questo, ma gli abbiamo firmato un contratto di piena restituzione entro cinque anni. Bisogna andare dai privati e chiedere un sostegno, non per carità, ma per cittadinanza, in aiuto di altri cittadini; allora ti dicono di sì.

Dunque ci sono i privati cittadini, e c’è l’attività meritoria della Caritas, dell’Opera San Francesco e degli altri enti di assistenza. Ma lo stato, le istituzioni, cosa dovrebbero fare, secondo voi?

I soldi delle istituzioni non devono essere utilizzati a fondo perduto, per tamponare il disagio, ma per progettualità e interventi che abbiano come unico fine il reinserimento sociale. Tutti ne parlano, ma nessuno sa davvero cosa vuol dire stare sulla strada, e ti assicuro che è dura. Dormitori come quello di viale Ortles non sono un sostegno, sono l’ultimo scalino del degrado, l’ultima tappa della perdita di sé. L’esperienza di stare in un posto simile non la auguro a nessuno. L’assistenzialismo fine a se stesso cancella la persona, la umilia definitivamente. Ci sono individui che il servizio sanitario chiama irriducibili, come lo Zio Antonio, qui a Milano, con trentacinque anni di strada alle spalle; adesso è coinvolto nel progetto dell’agriturismo, ed è uno dei lavoratori più spettacolari. Ti commuove vederlo lavorare, ma perché ci crede, perché si sente parte di qualcosa il cui destino lo riguarda. Alle istituzioni non chiediamo elemosina, ma sostegno per progettare da soli il nostro riscatto. A settembre, a Pavia, in una cascina di 8600 mq da ristrutturare, nascerà un laboratorio dove insegneremo diversi mestieri a un centinaio di senzatetto, senza paternalismo, con rispetto, in una prospettiva di pieno recupero.