Scritto in collaborazione con Carmen Guarino, rappresentante dell’esecutivo nazionale dell’Unione degli Studenti

I test standard elaborati dall’Invalsi nei prossimi anni sostituiranno la terza prova interdisciplinare all’Esame di Stato: lo aveva ipotizzato già Fioroni, lo aveva proclamato l’ex ministro Gelmini, la notizia ricompare minacciosa in questi giorni sulle testate dei principali giornali, nonostante la polemica e le contestazioni degli studenti dello scorso maggio, mentre quasi 500mila studenti sono impegnati nelle prove della maturità e centinaia di “cavie volontarie” stanno sostenendo già quest’anno dei quizzoni sperimentali targati Invalsi.

Gli autori odierni delle politiche scolastiche continuano a ignorare le esigenze e le problematicità di chi vive la scuola ogni giorno, di chi studia o insegna e ha il diritto, da troppo negatogli, di decidere in che direzione debba andare la scuola, ha il diritto di poter incidere sulle politiche scolastiche anche in materia di didattica e valutazione, temi su cui le riforme dell’istruzione degli ultimi 20 anni non hanno di fatto nè ragionato nè investito. L’Invalsi, spalleggiato dal Miur e dalla difesa anche a mezzo legislativo della più escludente ideologia meritocratica, propaganda l’oggettività e esorta alla costruzione di una vera “cultura della valutazione”, che premi e punisca, facendo suo, in parole povere, il vecchio detto che suggerisce di “usare la carota e il bastone” . Se però si trattano le persone come fossero asini, queste non potranno che svolgere il proprio lavoro come asini: ciò che in realtà si sta tentando in tutti modi di mascherare è l’invasività con cui i test Invalsi, piazzati oramai in tutti i cicli della formazione, impoveriscono la didattica e promuovono una sterile cultura della competizione.

Si aggira in maniera semplicistica un problema che è invece centrale per l’intero nostro sistema formativo: il complesso di pratiche didattiche e valutative che vedono al centro del processo d’apprendimento il protagonismo e l’attivismo degli studenti e la cooperazione nei gruppi classe sono elementi che la pedagogia critica e la nostra stessa tradizione scolastica hanno saputo fare proprie (pensiamo alle buone esperienze prodotte nelle nostre scuole elementari, pensiamo, per citarne alcuni, alla scuola di Barbiana o a Lucio Lombardo Radice, a Paulo Freire e a John Dewy, fino alle recenti elaborazioni di Cooperative Learning) ma che non trovano oggi nelle nostre aule nessuna possibilità d’espressione; non c’è spazio d’espressione per le pratiche inclusive, non c’è la volontà di costruire una scuola per una scuola per tutti e per ciascuno, che costruisca l’uguaglianza per valorizzare le differenze di ognuno, non c’è perché nei nostri Istituti non ci sono i fondi per avviare nessun tipo di sperimentazione didattica, perché il voto numerico così com’è oggi spacca le classi in asini e secchioni e non stimola null’altro, perché la strutturazione tradizionale dei contenuti didattici coincide con la “rincorsa alla fine del programma”, perché ai docenti non è garantita continuità di formazione, agli studenti non è riconosciuto il diritto di incidere sulle scelte didattiche.

Il problema è a monte ma si sceglie di risolverlo a valle, il problema è da un lato il tasso altissimo di dispersione scolastica e le condizioni materiali in cui versano gli istituti, dall’altro il “mal di scuola” causato anche dall’arretratezza dei modelli di didattica e valutazione ma si sceglie di risolverlo  investendo sulla standardizzazione dei processi cognitivi. Gli effetti che l’introduzione dei test standard alla fine del primo ciclo sono infatti sotto gli occhi di tutti, sono deleteri e dovrebbero servirci da monito: le prove vengono ancora oggi spacciate per elementi di misurazione di sistema ma in realtà fin dalla loro prima introduzione hanno pesato nella votazione finale degli studenti, ponendo de facto le classi di fronte all’obbligo di adottare, per tutti e 3 gli anni delle scuole medie, un modello di didattica e di valutazione standard e calato dall’alto, che, sbilanciato sulle competenze e sull’acquisizione di pacchetti di nozioni mnemoniche, si è rivelato fallimentare in tutti i Paesi che prima di noi hanno adottato i quiz standardizzati.

La paura di essere valutati non c’entra! Se la valutazione non fosse concepita come una sentenza inspiegabile e insindacabile, se non ci fosse una volontà di schedare confusamente gli studenti e le scuole, in momenti di passaggio importanti nella carriera scolastica di ognuno,  non ci sarebbe nessuna paura ma costruttività. Costruttiva è infatti la valutazione che considera i punti di partenza e quelli d’arrivo, che tiene conto di tutta la gamma di competenze, conoscenze e abilità sociali, costruttivo è il voto che si costruisce consapevolmente e in cooperazione col docente e la classe, costruttivo sarebbe partire da ciò per riformare l’Esame di stato.