La riforma del lavoro targata Fornero è stata definita un’opera di macelleria sociale, ma a giudicare dai suoi contenuti sembra piuttosto un intervento chirurgico mirato a cancellare alcune delle norme che i lavoratori stanno usando per riacquistare un minimo di potere nei confronti delle aziende. Insomma si può accusare Fornero di tutto, ma non di non avere dei consulenti che sanno benissimo quali norme e codicilli possono fare più male a lavoratrici e lavoratori.

Prendiamo il comma 31 dell’articolo 4 del ddl Fornero: “Ulteriori disposizioni in materia di mercato del lavoro”. Questo comma prevede un’importante modifica dell’articolo 29 della Legge Biagi, ovviamente peggiorativo per noi. Cosa dice l’articolo 29 della vituperata Biagi, che veniva utilizzato in decine di cause da parte di precari e precarie? Semplicemente prevede la possibilità per il lavoratore di richiedere le eventuali retribuzioni e contributi non corrisposti non solo al datore di lavoro appaltatore ma anche, ecco l’elemento fondamentale, al committente.

Per capirci: prendiamo un lavoratore dipendente di una cooperativa di educatori che gestisce i servizi sociali di un Comune. Oppure una lavoratrice precaria che lavora in un call center per una società che a sua volta fornisce i suoi servizi tramite appalto a un’azienda più grande. Con il vecchio articolo 29, se questi lavoratori per esempio non avevano percepito lo stipendio, potevano richiederlo direttamente non solo alla cooperativa medesima (cioè al datore di lavoro), ma anche alla società o all’ente che aveva appaltato il servizio. Questo meccanismo, che si chiama responsabilità solidale tra committente e appaltatore, permetteva quindi al lavoratore di rivalersi nei confronti del soggetto più forte: il committente, aumentando la possibilità di riavere i propri soldi in un tempo relativamente breve.

Con la riforma Fornero questo meccanismo sembra in apparenza immutato, ma in realtà la sua efficacia è stata fortemente ridimensionata. Il lavoratore, infatti, potrà chiedere il pagamento delle retribuzioni e/o contributi non pagati al committente solo dopo aver proceduto esecutivamente nei confronti dell’appaltatore datore di lavoro, ovvero dopo aver pignorato il patrimonio della sua cooperativa o piccola impresa. Ciò significa che prima di poter agire nei confronti del soggetto economicamente più forte, il lavoratore dovrà attendere in media un anno. Questo è infatti il termine minimo per poter concludere l’iter di un’esecuzione nei confronti di un’azienda.

Questa modifica ovviamente limita le nostre possibilità di recuperare i soldi che ci sono dovuti. Ma non è tutto, dato che incide negativamente nei rapporti tra committenti e appaltatori. Prima della riforma la “responsabilità solidale” rappresentava un deterrente per il committente, che era spinto a controllare l’esatto pagamento delle retribuzioni da parte dell’appaltatore per evitare di trovarsi in futuro a dover tirar fuori i soldi. Infatti se un lavoratore o lavoratrice chiedeva il pagamento delle retribuzioni direttamente al committente, quest’ultimo appena ricevuta l’ingiunzione di pagamento alzava il telefono e chiamava l’appaltatore minacciandolo di risolvere il contratto di appalto nel caso non avesse pagato i lavoratori. Ed ecco che magicamente i soldi saltavano fuori.

Se questa norma verrà stravolta dalla riforma Fornero, far saltar fuori i soldi diventerà molto più difficile e lungo, e molti lavoratori e lavoratrici dovranno aspettare mesi e anni per recuperare il maltolto, a tutto vantaggio degli imprenditori disonesti. Un piccolo comma studiato chirurgicamente per causare un grande danno.