130 miliardi la cifra monstre che i Grandi d’Europa si preparerebbero a stanziare per la (ri)crescita del Vecchio Continente bloccato ai box, con i pneumatici usurati e la spinta propulsiva esaurita. Evviva!
Dunque ritorneremo a correre in pole position, Italia compresa?
Per quanto riguarda Paesi dai “fondamentali” a posto come Germania e Francia (soprattutto il primo) può darsi, per il nostro è lecito avanzare motivati dubbi.

Il guaio è che il tema cruciale della crescita/sviluppo continua a essere affrontato in una logica da banchieri e burocrati; ossia le categorie che di questi tempi hanno in mano la barra del timone collettivo: una questione di investimenti, punto e basta. Purtroppo gli investimenti sono solo il concime; che se lo spargi su un’arida pietraia sporchi solo il terreno e non ci fai crescere niente.

Ma che ne sanno gente come i banchieri/burocrati, i quali non sarebbero in grado di creare e far prosperare nemmeno un banchetto di frutta&verdura? Personaggi che – sul fronte del pensiero economico mainstream – hanno come unico interlocutore la banda dei fanatici mercatisti, la cui monomaniacale ossessione è quella di cancellare le regole (loro le chiamano “lacci e lacciuoli”, maniera strumentalmente denigratoria per definire “il governo democratico dell’economia”), non favorire attivamente processi innovativi d’impresa. D’altro canto, c’è chi crede in Gesù Bambino, chi nella Befana; loro confidano ciecamente nella Mano Invisibile…

Venendo al punto: l’unica condizione perché un terreno irrorato di risorse finanziarie produca frutti è rappresentata dalla presenza di fertili semi. E questi semi si chiamano “idee traducibili in nuova impresa” (nel consulenzialese esterofilo da convegni, rinominate spin-off o start-up). Con un corollario: lo sviluppo/progresso è in misura eminente un processo sociale. In altre parole, significa accompagnare la nascita di un habitat favorevole ai processi innovativi (magari promuovendo la reciproca fertilizzazione attraverso il dialogo tra soggetti attualmente incomunicabili: le comunità locali della ricerca è le business communities operanti nel territorio) e fornendo le necessarie infrastrutture di supporto (non le Grandi Opere faraoniche, che servono solo per quegli “effetti d’annuncio” destinati a produrre eventuali vantaggi alle calende greche, ma che consentono subito di turlupinare chi se la beve). Non a caso la migliore dottrina internazionale ha chiaramente definito la dimensione corretta di queste operazioni strategiche: le città, come primario luogo della sperimentazione innovativa nell’attuale fase storica, e le macroaree regionali, come dimensione ottimale per innestare interdipendenze virtuose.

Ma mentre scrivo queste banalità dimenticate, sono sotto choc per la notizia che la mia Regione (l’Ente Liguria, presieduta da un sedicente leader democratico-progressista) ha messo or ora in liquidazione la propria (costosissima quanto inerte) Agenzia per l’Innovazione e lo Sviluppo; e che, a tale scopo, dovrà ancora sborsare un bel po’ di soldi pubblici. Da un lato bene averlo fatto, visto che tale Agenzia, nei suoi anni di vita, non ha cavato un topolino da intere catene montagnose di chiacchiere. Dall’altro, gravissima conferma che ai nostri politicanti di lungo corso, in fregola comunicativa ad uso dei gonzi, la crescita/sviluppo (cioè la creazione di nuovo buon lavoro) non interessa minimamente: la considerano soltanto un’opportunità di creare organigrammi in cui piazzare amici, fancazzisti ma fedeli.

Sarebbe questo – invece – il banco di prova per l’effettiva novità rappresentata dai sindaci che hanno liberato in questi dodici mesi un po’ di palazzi comunali di grandi città (prima Napoli e Milano, ora Genova e Parma).

Infatti l’avvio di strategie democratiche di specializzazione del territorio (il “modello Barcellona”, poi clonato in tutte le città europee che hanno affrontato con successo la crisi di deindustrializzazione: vaste coalizioni deliberative che coinvolgono come partner istituzioni pubbliche e attori privati – quali associazioni e comitati – per definire un futuro condiviso e le relative scelte) sarebbe il modo migliore per evitare di impastoiarsi nelle trappole lasciate in eredità dalle precedenti amministrazioni e mantenere vivo il consenso attivo dei cittadini.

Va detto che segnali di questo tipo non se ne vedono. Tanto che cresce il timore di un rapido esaurimento delle speranze suscitate nelle civiche campagne per cacciare i vecchi sindaci indecenti; il rischio che i nuovi Primi Cittadini finiscano incastrati negli anfratti di posizioni sterilmente difensive.