Nella spending review compare anche il taglio dei dirigenti pubblici. Non ne deriveranno grandi risparmi sotto il profilo finanziario, ma si tratta di un segnale di razionalizzazione. Provocherà quasi certamente degli esuberi. Per queste persone si ricorrerebbe ai due anni di accompagnamento verso la pensione con l’80% del trattamento economico. Sarebbe molto meglio, invece, abolire i cosiddetti incarichi dirigenziali a contratto, utilizzati dai politici per assumere persone di loro fiducia e i cui meriti professionali si limitano spesso all’affinità politica.

di Luigi Oliveri* (Fonte: Lavoce.info)

Una tra le “grandi idee” della sedicente spending review, consiste in un – per altro doveroso – intervento di tagli alla spesa di personale. A partire, come altrettanto opportuno, da tagli alla dirigenza.
L’esempio è fornito dal recente decreto di riorganizzazione delle agenzie fiscali, che ha accorpato i Monopoli di Stato nell’Agenzia delle dogane e l’Agenzia del territorio a quella delle Entrate. L’obiettivo è fare in modo da assicurare un rapporto di non oltre un dirigente ogni 40 dipendenti.

Numeri magici: un dirigente per 40 dipendenti

I dirigenti pubblici sono circa 230mila, 180mila dei quali dirigenti medici. I dipendenti pubblici sono complessivamente 3.250.000. Sottraendo i 230mila dirigenti, il rapporto è, dunque 3.020.000/230.000, cioè un dirigente ogni tredici dipendenti. Ma, molti dei dirigenti medici in realtà non gestiscono gruppi di lavoro, sicché la media risulta certamente falsata e il rapporto vero dirigenti/dipendenti può stimarsi molto più prossimo a 1/30.
Il contenimento della dirigenza non è, ovviamente, l’azione taumaturgica che può, da sola, contenere la spesa pubblica al punto di risanarla. Come molte altre idee, altro non è che un segnale o un simbolo, sul piano dei risultati finanziari concreti.
Tuttavia, non si tratta di un capriccio. Un razionale rapporto tra dirigenti e dipendenti implica un’altrettanto razionale organizzazione, che porta a ridurre le strutture di vertice a quanto necessita per le funzioni datoriali, organizzative e di coordinamento, ottimizzando anche gli staff tecnici.
Ovviamente, il rapporto 1 dirigente ogni 40 dipendenti non può essere “perfetto”. È chiaro che esisteranno sempre strutture dirigenziali con un rapporto più ampio o più ristretto, in relazione a cosa materialmente la struttura deve fare e, dunque, alla maggiormente calibrata dotazione di personale.
In ogni caso, appare evidente che l’ambizione di giungere al risultato di un dirigente in media ogni 40 dipendenti potrebbe sfociare in esuberi. Non a caso, il piano del governo, secondo le notizie che trapelano, parla di sfoltire i dirigenti con maggiore anzianità e vicini alla pensione, per applicare l’articolo 33 del decreto legislativo 165/2001, che consente due anni di trattamento economico ridotto all’80% di quello fondamentale (senza retribuzione di risultato), come accompagnamento verso la pensione. Operazione, questa, ovviamente resa più complicata dall’allungamento dell’età pensionabile.

Dirigenti di fiducia

I ragionamenti proposti dal governo non farebbero una grinza se non fosse che allo stesso duraturo ed efficace risultato si potrebbe giungere in modo più immediato con un’operazione estremamente più semplice: abolire da subito l’istituto dei cosiddetti “incarichi dirigenziali a contratto”, ovvero le assunzioni di dirigenti a tempo determinato al di fuori delle dotazioni organiche, spessissimo effettuate per cooptazione da parte del politico, che sceglie il dirigente (anche tra funzionari non aventi la qualifica dirigenziale, perché non hanno mai vinto il necessario concorso) tra le persone più meritevoli di “fiducia” e di propensioni politiche affini.
Se vi è un esubero potenziale di dirigenti, non pare avere molto senso lasciare in piedi disposizioni come l’articolo 19, comma 6 e seguenti, del testo unico sul pubblico impiego (Dlgs 165/2001) o l’articolo 110 del testo unico sull’ordinamento degli enti locali (Dlgs 267/2000), che consentono di attingere a piene mani all’esterno degli organici pubblici per assumere dirigenti, mentre contemporaneamente si afferma che di dirigenti ve ne sono troppi.
È chiaro che la dirigenza a contratto costituisce una sorta di apparato parallelo, che l’organizzazione amministrativa non può permettersi sia per ragioni di opportunità, vista l’eccessiva collateralità con la politica (a tutto svantaggio dell’imparzialità dell’azione amministrativa) e considerato che occorre comunque operare risparmi sulle spese del personale pubblico.
Nel solo comparto degli enti locali, stando ai dati della Corte dei conti, nel 2010 su 6.884 dirigenti di ruolo, ben 2.199 sono dirigenti a tempo determinato, per un’incidenza pari al 32%(1) Aggiungendo anche i 902 dirigenti extra dotazione organica, l’incidenza sale al 45%.
Quando si devono imporre riduzioni e tagli di spesa al personale, appare razionale e forse inevitabile partire proprio dalla chiusura dei rapporti flessibili, meno indolore e sicuramente efficiente. Solo successivamente si estendono i tagli al personale stabile. Tuttavia, di chiudere una volta e per sempre la discutibile esperienza dei dirigenti a contratto e gli elementi di spoils system che vi sono connessi (più volte considerati incostituzionali dalla Consulta a partire dal 2007), non si parla. Troppo comodo, evidentemente, disporre di una dirigenza almeno in parte (non piccola) allineata con la politica.

(1) Corte dei conti, Sezioni riunite, Delibera n. 13/2012/CONTR/CL Relazione sul costo del lavoro pubblico 2012.

*Luigi Oliveri è dirigente coordinatore dell’area funzionale Servizi alla persona e alla comunità della Provincia di Verona, che raggruppa il settore Politiche attive per il lavoro, i Servizi turistico-ricreativi e i Servizi socio-culturali. Collabora dal 1997 al quotidiano economico “Italia Oggi” per gli approfondimenti giuridici delle questioni attinenti agli enti locali. Collabora dal 1999 con “Ancitel s.p.a.”, società dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani e dal 2003 con il Centro studi e ricerche sulle Autonomie locali di Savona.