Meno lavoro, meno diritti, meno futuro. Il bilancio per l’Italia del Rapporto sui diritti globali 2012, pubblicato oggi dall’Associazione Società Informazione e promosso da Arci, Cgil e un gruppo di associazioni, è pessimo. “La prima guerra mondiale della finanza ha provocato l’11 Settembre dello Stato sociale e dei diritti”, si legge nel Rapporto. La conferma è nei numeri, che raccontano un Paese in cui povertà e disuguaglianze sono in aumento, mentre le voci principali di spesa sociale, tra il 2008 e il 2011 hanno subito tagli complessivi dell’80%.

Una tendenza che si aggraverà nel 2013, spiega il Rapporto, che quest’anno si intitola ‘La Grecia è vicina’. Al centro delle 1300 pagine di questa decima edizione, non poteva che esserci la crisi. Ma se gli Usa hanno provato a dare qualche impulso alla crescita, l’Europa, denuncia il Rapporto, sarebbe tutta concentrata sullo smantellamento dello Stato sociale e dei diritti acquisiti da lavoratori e pensionati. Un giudizio che si traduce nella sostanziale bocciatura delle scelte di Mario Monti. “Un governo in linea con quello di Berlusconi”, critica il segretario della Cgil Susanna Camusso, che nella prefazione al Rapporto non usa mezzi termini: “I salari sono fermi, i redditi calano, la disoccupazione aumenta, la recessione si acuisce, la disperazione delle persone senza futuro si diffonde”.

Parole dure che trovano conferma nei numeri. L’arretramento dello Stato sociale è tutto nei dati sulla spesa per il Welfare. L’Italia è infatti passata dai due miliardi e mezzo di euro del 2008 a soli 538 milioni per il 2011. Mentre per il 2013 il Rapporto annuncia un ulteriore dimezzamento, per una spesa sociale che non supererà i 270 milioni. Ma non basta. Il Fondo nazionale per le politiche sociali (Fnps), la principale linea di finanziamento statale per la realizzazione di interventi e servizi sul territorio, è passato dai 518 milioni di euro stanziati nel 2009, ai 44 milioni del 2012 (guarda tutti i numeri nell’infografica di ilfattoquotidiano.it).

Ad aggravare il quadro è la condizione delle famiglie italiane, che diventano sempre più povere. A fornire i numeri è l’indagine ‘Reddito e condizioni di vita’ presentata lo scorso dicembre dall’Istat. Già nel 2010 il 18,2% dei residenti in Italia risultava esposto al rischio di povertà. Un dato che preoccupa soprattutto per la percentuale in crescita di coloro che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro, dove le persone tra i 18 e i 59 anni lavorano meno di un quinto del tempo. Tra 2009 e 2010 si è passati dall’8,8% al 10,2%. Inoltre, stando a una misurazione effettuata a livello comunitario, il 24,5% degli italiani è a rischio povertà, in un Paese dove i redditi dei più ricchi crescono percentualmente con un rapporto di 10 a 1 rispetto a quelli dei meno abbienti.

A fare da spartiacque tra le conseguenze della crisi economica è il lavoro. Le famiglie che hanno come entrata principale un reddito da lavoro autonomo mostrano minori difficoltà, mentre si registra “un serio problema di penalizzazione del lavoro dipendente”. Tra il 2000 e il 2010 le retribuzioni reali dei nuclei con capofamiglia dipendente sono scese del 3,2%, mentre quelle con capofamiglia lavoratore autonomo sono aumentate del 15,7%. Dati in continua evoluzione, soprattutto alla luce di quelli che riguardano la disoccupazione. In appena tre mesi, il tasso di disoccupazione in Italia è salito di mezzo punto percentuale: dall’8,9% dello scorso dicembre siamo passati al 9,3% di febbraio. Una media che rimane al di sotto di quella dell’Eurozona (10,6%), ma che in Italia fa i conti con un tasso di attività effettiva decisamente preoccupante.

Nel 2010, infatti, il tasso di attività di chi ha tra i 15 e i 64 anni è del 62,2%, rispetto a una media dell’Unione Europea a 27 Paesi del 71%. Un divario destinato a crescere e che vede dietro a noi soltanto Malta, con il 60,3%. Svezia e Danimarca, con il 79,5%, appaiono lontanissime. A essere colpiti sono in particolare i giovani. Tra questi, il 36% è disoccupato, i precari superano quota 3 milioni e i cosiddetti Neet, che né studiano, né lavorano, sono ormai 2 milioni. E altrettanti hanno già lasciato l’Italia per cercare una vita migliore all’estero.

“Le cifre negative vengono lette non già come indizio dell’errore, come evidente tossicità del farmaco somministrato, bensì come suo insufficiente dosaggio”, si leggeva nella prima edizione del Rapporto sui diritti globali, pubblicata dall’Associazione Società Informazione nel 2003. E ancora: “Anziché soffermarsi sull’eziologia del male, i nostri apprendisti ministri e statisti s’incaponiscono nella terapia sbagliata. Allora si moltiplicano le leggi delega, si opera per dividere i sindacati e i lavoratori, si approfondiscono i conflitti sociali, si tenta di isolare la Cgil”.

A dieci anni di distanza, secondo il curatore Sergio Segio, nulla è cambiato: “Si tratta di un’analisi che potremo ribadire oggi, parola per parola, guardando all’Italia e al panorama globale”. Nonostante la sua crisi, conclude, “il capitalismo finanziario continua a governare il mondo, e senza la ricostruzione di un interesse generale ci condurrà nel baratro”.